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Il 20 giugno di ogni anno, dal 2001, si celebra la Giornata mondiale del rifugiato, indetta dall’Onu per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo il dramma di quanti sono obbligati a fuggire dal proprio Paese e dalle cose che amano di più per cercare altrove una possibilità di futuro e di realizzazione. L’evento fu creato per la prima volta in occasione deal cinquantesimo anniversario dell’approvazione, nel 1951, della Convenzione internazionale sullo status di rifugiato politico. La Giornata mondiale del rifugiato coincide anche con la pubblicazione del Rapporto Global Trends dell’Unhcr, l’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati.

Sono oltre 68 milioni le persone costrette alla fuga nel 2017, secondo il rapporto, una ogni 110. E l’85% viene ospitata in Paesi in via di sviluppo. Si tratta del numero più alto dall’approvazione della Convenzione di Ginevra ad oggi. A causare il record, in particolare – si legge nel rapporto – è stata la crisi nella Repubblica democratica del Congo, la guerra in Sud Sudan e l’esodo in Bangladesh di centinaia di migliaia di profughi rohingya, in fuga dal Myanmar.

Alla fine del 2016, invece – ricorda sempre l’Unhcr – erano stati stimati circa 65 milioni di profughi al mondo. Di questi, 22 milioni e mezzo avevano lo status di rifugiati, sotto mandato dell’agenzia Onu; mentre circa 10 milioni erano le persone considerate ufficialmente apolidi, cui vengono negati i diritti più elementari, come lavoro, casa, salute, scuola e libertà di movimento e, nel 2016, sono stati rimpatriati forzosamente circa 200mila richiedenti asilo. Più del 50% dei richiedenti asilo aveva un’età inferiore ai 18 anni.

In Italia, lo straniero perseguitato nel suo Paese d’origine può trovare asilo e protezione sul nostro territorio con il riconoscimento dello status di rifugiato. Può richiedere asilo nel nostro Paese presentando una domanda di riconoscimento dello status di rifugiato il cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione del suo Paese. Le medesime norme si applicano anche agli apolidi (cioè a quelle persone prive di nazionalità) che, per gli stessi motivi, non vogliono fare ritorno nel Paese nel quale avevano precedentemente la dimora abituale. Anche nel caso in cui non ci fossero gli estremi per attribuire lo status di rifugiato ad uno straniero, qualora quest’ultimo corra un grave pericolo nel suo Paese, può essere prevista una particolare tutela chiamata protezione sussidiaria. In entrambi i casi si parla di protezione internazionale.

Secondo il monitoraggio dell’Unhcr, nei primi sei mesi del 2018, circa 40mila persone sono arrivate in Europa attraverso il Mediterraneo, seguendo tre rotte equamente distribuite: Gibilterra, la rotta italiana e la rotta dei Balcani. I morti in mare accertati durante la traversata sono stati circa 800. Dopo le politiche repressive introdotte dal governo Pd con la legge Minniti-Orlando e il codice anti Ong, il numero degli arrivi si è drasticamente ridotto. Negli ultimi tre anni il numero di migranti, dopo essersi ridotto, nel 2016, ad un terzo di quello del 2015 (da circa un milione a 360mila), si è ulteriormente dimezzato, passando a 170.000 circa nel 2017. Come è noto, minori arrivi non significa meno partenze e fughe da Paesi in guerra, dittature, terrorismo, torture etc. È infatti ignoto, per esempio, il numero delle persone intercettate dalle bande criminali che gestiscono i lager e il mercato degli schiavi in Libia, Paese con cui il governo italiano ha stretto accordi in materia di gestione dell’immigrazione.

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