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“Lifeline” ovvero sagola di salvataggio. La sagola è una sorta di corda intrecciata che si usa in mare per permettere a chi rischia di affogare di tirarsi su e salire a bordo. Il nome di questa nave, adatta a ospitare 50 persone e che ne ha raccolte oltre 220 fra cui 70 minori non accompagnati e che da giorni è ferma nel Mediterraneo centrale in attesa di un porto a cui attraccare è la misera metafora dell’Europa. Si chiudono i porti, come ennesimo atto di arroganza coloniale, i governanti discutono a Bruxelles ognuno preso dagli egoismi dei paesi che rappresentano, ognuno preoccupato del proprio consenso. Ed è grottesco come governi che producono povertà e miseria ogni giorno, con leggi predatorie, si sentano in diritto di preservare i propri cittadini dall’arrivo di numeri risibili di persone da accogliere. E alla manifesta arroganza xenofoba che miete consensi in Italia come in Ungheria, fa da controcanto l’ipocrisia progressista di chi balbetta proposte palliative a condizione che non intacchino il suolo immacolato del proprio paese.

I primi vorrebbero anche affondare le navi umanitarie che praticano il soccorso in mare al limite «istituzionalizzare l’omissione di soccorso» come scrive Fulvio Vassallo Paleologo. Gli altri continuano ad inseguire il sogno di esternalizzare le frontiere, realizzando ameni campi di concentramento in Libia, Niger, forse presto anche in Sudan, ovunque insomma tutto possa avvenire senza turbare la quiete europea. Ci si scandalizza, giustamente, per le gesta criminali di Trump ma come si sta reagendo alle morti silenziose ed invisibili che si vanno determinando a poche decine di miglia dalle coste italiane?

Qualcosa si è mosso partendo dal basso: la mail bombing lanciata domenica 23 giugno verso la Guardia costiera ha prodotto effetti. Il testo, partendo da un sincero apprezzamento per il lavoro svolto finora chiedeva, implorava di non mettere in pratica le disposizioni annunciate. Per chi è in mare sentirsi dire «rivolgetevi alla Guardia costiera libica» significa dire «commettete un reato», «riconsegnate le persone in mano a torturatori e schiavisti». In poche ore siamo stati in migliaia a inviare la mail e molte/i, ne sono certo, sono fra coloro che ora ci leggono.

E qualcosa si muove anche nella politica europea, nella sua parte sana. Dopo l’iniziativa nelle piazze lanciata da Elly Schlein, un’altra europarlamentare italiana, Eleonora Forenza, Gue/Ngl si è imbarcata su una nave di Proactiva Open Arms, per essere concretamente insieme a questi eroi del nostro tempo che sono i solidali. Ma non basta. Il caos emerso nel vertice informale che si è tenuto domenica a Bruxelles in vista del cruciale Consiglio Europeo che si tiene mentre leggete queste righe rischia di essere foriero di nuove, pessime notizie. Se si continua con accordi di facciata che non intaccheranno la trappola del Regolamento di Dublino ogni paese si sentirà libero di agire come crede.

Se ne pagheranno in futuro le conseguenze, avendo reso carta straccia il diritto internazionale e le leggi millenarie di chi va per mare. Ma qualcuno continuerà a pagare con la vita la scelta di provare a scavalcare la fortezza e sarà su quelle donne, quei bambini, quegli uomini che si ucciderà l’idea stessa di Europa

E non dovremo mai dimenticare i nomi e i cognomi di questi assassini seriali

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