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«Noi siamo andati al governo per ripristinare i diritti sociali che la sinistra ha cancellato». Non era la sinistra, ma il Pd, eppure questa rimane la frase più dolorosa fra quelle che hanno segnato il dopo voto. La crisi è stata infatti il pretesto per cancellare in Italia tutele e diritti che avevano segnato il dopoguerra, condannando all’impoverimento e all’incertezza milioni di persone, fra lavoratori dipendenti, piccoli commercianti, artigiani e liberi professionisti. In quegli anni il governo del Paese è sempre stato appoggiato dal Pd e per un’intera legislatura con piena responsabilità. Lega e M5s hanno quindi avuto buon gioco a presentarsi come quelli che avrebbero restituito una parte di quello che era stato perso, conquistando così larghissimi consensi in quello che un tempo era stato il popolo della sinistra.

Sulla base di questa investitura elettorale hanno poi messo in piedi un governo che è partito con una brusca sterzata a destra, ma che continua a godere del credito di tutti quelli che aspettano interventi sulle pensioni, sulla sanità, sulla scuola e sul reddito disponibile. Questo mi sembra un dato di fatto, che nemmeno atti inumani come la chiusura dei porti o l’inchiesta romana sullo stadio riescono per il momento a scalfire. Partiamo quindi da una situazione di oggettiva difficoltà, che non deve tuttavia indurre a fatalismo o rassegnazione. La sinistra ha infatti il dovere morale e politico di opporsi con la massima forza ad un governo che nasce simbolicamente negando per giorni una parola di condanna per l’uccisione di Sacko e poi negando l’approdo ad una nave carica di rifugiati.

Non c’è nulla che possa giustificare aperture di credito verso una coalizione politica a traino leghista e orientata a trasformare l’Italia in un ring dello scontro fra poveri. La definizione di qualsiasi ipotesi di alternativa passa infatti per la costruzione di una coalizione fra gli sconfitti della globalizzazione, a partire dai migranti, ovvero dai milioni di persone che ogni anno sono spinti ad abbandonare la propria terra per cercare altrove una vita migliore. Parlo di chi viene in Italia e allo stesso tempo di chi è costretto a lasciarla, contribuendo a concentrare sempre di più intelligenze e forza nelle aree più ricche del pianeta. È necessario ribaltare il senso comune indotto dalla destra: il problema non sono i confini troppo permeabili, ma la ricchezza impermeabile di pochissimi. Coalizzare tutti gli altri, con un programma che punti alla redistribuzione: questo deve essere il progetto della sinistra di opposizione.

D’altra parte se si vuole lavorare in questa direzione, si deve evitare in tutti i modi di essere confusi con i responsabili dell’impoverimento di massa che ha segnato l’Italia, ovvero il Pd e Forza Italia. Se infatti i barbari sono entrati, è perché le classi dirigenti della città hanno abbattuto le mura dall’interno. Lo dico da lavoratore: la mia indignazione per l’Aquarius non cancella la rabbia per la Fornero. L’unica opposizione che ha senso è quindi quella che mette insieme la lotta per i diritti sociali e quella per i diritti civili, che è disposta a contrastare la globalizzazione, che sa che il miglior modo di distruggere l’Europa è accettare lo status quo, che vuole sicurezza per tutti e non per gli uni contro gli altri.

È l’opposizione che ricostruisce la propria credibilità anche affidando un insieme aggiornato di proposte a gruppi dirigenti non compromessi con i governi degli ultimi anni, e che investe fino in fondo su processi democratici e partecipativi. Non saranno gli errori altrui a rimetterci in pista, ma solo la capacità di tornare a produrre egemonia attraverso il conflitto.

Il parere di Giovanni Paglia è tratto da Left in edicola


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