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Il Pd si oppone “da destra” alle proposte del ministro del lavoro Di Maio in tema di lavoro. 
Invece di incalzare il governo sull’efficacia reale delle proposte avanzate e su ciò che manca – nel merito e nel metodo (il provvedimento votato in Consiglio dei ministri assente il leghista Salvini non è infatti frutto di un confronto con le organizzazioni sindacali),- ancora rivendica il Jobs Act e le misure neoliberiste che hanno portato all’esplodere delle diseguaglianze ed alla ulteriore drastica contrazione dell’apparato produttivo del Paese.
Invece di apprezzare i temi proposti e sfidare il governo a dare concrete gambe alla dignità – ripristinando per esempio l’articolo 18 invece del semplice aumento della monetizzazione dei licenziamenti senza giusta causa e giustificato motivo-, stila comunicati e dichiarazioni degne degli uffici stampa di Confindustria.
 Non c’è che dire, mostrano proprio di aver politicamente capito la vittoria del no al referendum costituzionale e le recenti elezioni politiche ed amministrative.

Il giudizio politico complessivo sulle politiche del governo in tema di lavoro va espresso leggendo assieme il cosiddetto “decreto dignità” con gli interventi di politica macroeconomica e sociale.
 Le linee strategiche del governo su questo terreno, illustrate dal ministro Tria, sono estremamente preoccupanti. Il governo è in totale continuità con i governo Monti Renzi e Gentiloni, compresa la politica di tagli al welfare. 
L’invarianza della spesa corrente in termini nominali annunciata avrebbe effetti sociali devastanti. Vorrebbe dire, nel triennio, intervenire sui 27 miliardi di maggiore spesa pensionistica, frutto di una normativa già insostenibile, e colpire ulteriormente la spesa sanitaria, già a livelli tali da escludere oltre 10 milioni di cittadini italiani dalle cure fondamentali.
La posizione del presidente della Repubblica sull’individuazione del ministro dell’Economia, partendo da una considerazione sulle attribuzioni presidenziali e sull’equilibrio dei poteri costituzionalmente dato, si è fattualmente e politicamente concretizzata nel far ricoprire i dicasteri economici ad esponenti di area forzista e più complessivamente legati alle scelte conservatrici della Commissione europea.

Sul piano più squisitamente politico il cosiddetto “decreto dignità” rappresenta il tentativo del Movimento 5 Stelle di competere con lo strabordante alleato Matteo Salvini e di contrastare il consenso a livello di massa e popolare della Lega. Secondo Di Maio e i Cinque Stelle questo dovrebbe rappresentare un colpo serissimo alla precarietà lavorativa, al netto degli emendamenti “peggiorativi” che lo attendono in Parlamento.

La prima diffusa impressione è che il provvedimento tocchi le materie giuste ma in modo parziale. Sui licenziamenti ingiustificati va indubbiamente bene aumentare il risarcimento ma, come Di Maio sosteneva in campagna elettorale che, senza la reintroduzione e l’ampliamento dell’art.18 come proposto dalla Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil non si riafferma il valore costituzionale del lavoro né si ripristina un diritto del lavoro degno di questo nome. Sui contratti a termine la reintroduzione delle causali è indubbiamente un segnale positivo, ma questa deve essere a prescindere da tempistica, tanto più che la durata degli stessi è già attualmente in via prevalente di circa un anno.

Considerazione simile per i contratti in somministrazione, che vengono di fatto equiparati ai contratti a termine. Il che determina per le imprese di non avere più del 20% di lavoratori assunti con queste due forme di contratto precario. Restano in vigore tutte le altre, che assommano a più di 40. 
Rispetto alle delocalizzazioni il tema è giustissimo, rilevante e va affrontato – ed è estremamente positivo sul piano politico che sia stato messo al centro dell’attenzione -, ma occorre valutare anche quale tutele siano previste per i lavoratori assieme a politiche industriali che prevedano sia l’intervento che la proprietà pubblica nei settori e nelle aziende ritenute strategiche.
Quanto ai voucher, nessun dubbio, non vanno assolutamente reintrodotti, ed è estremamente negativa la proposta avanzata.

Non si tratta dunque di un “rovesciamento del Jobs Act”, sicuramente, ma di una semplice – seppur positiva – limitazione all’arbitrio totale concesso alle imprese dai Governi Monti-Letta-Renzi-Gentiloni.
Alle forze sindacali e politiche l’intelligenza di costruire una iniziativa che, valorizzando l’inversione dei temi proposta dopo molti anni e inserendosi nelle oggettive contraddizioni del Governo, sappia rimettere al centro della scena sociale e del dibattito pubblico i temi della dignità e del riscatto del Lavoro.

*Maurizio Brotini è segretario Cgil Toscana

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