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Diritti umani: fondamentali, universali, indivisibili, indisponibili, interdipendenti e inviolabili eppure (troppo) spesso oltraggiati, calpestati, non rispettati. Ancora nel 2018. Ancora diciassette anni dopo l’adozione della direttiva europea sull’uguaglianza e contro le discriminazioni razziali – la 2000/43/CE – e nove anni dopo l’adozione della decisione quadro sul razzismo e la xenofobia – 2008/913/GAI -, i diritti umani dei migranti e delle minoranze etniche, per esempio, continuano a essere violati da diffusi fenomeni di discriminazione e molestie. Che rimangono a livelli assai preoccupanti se si considera che, stando alla Relazione sui diritti fondamentali 2018. Pareri dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), pubblicata l’8 giugno, membri di gruppi di minoranze etniche e i migranti cominciano, anche, a essere oggetto di «profanazione discriminatoria» da parte delle forze dell’ordine.
E, malgrado il numero crescente di accuse di maltrattamenti, raramente vengono intrapresi procedimenti penali – sia per la riluttanza delle vittime (terrorizzate) a sporgere denuncia sia per l’insufficienza di prove – e, dunque, difficilmente si emettono condanne. Funzionari di polizia e guardie di frontiera, nell’ottica (distorta e accecata) di un rafforzamento della sicurezza, profondono sforzi che non fanno altro che aggravare i «preesistenti rischi di violazione dei diritti fondamentali», si legge nella Relazione. Tra i quali, quello alla libertà, tutelato dall’articolo 6 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, sulla cui applicazione interferisce il trattamento illegittimo e arbitrario dei migranti.
Dopo dieci anni dalla (proposta) direttiva sulla parità di trattamento – alla fine dello scorso anno, non ancora adottata – la discriminazione fondata su diversi motivi rimane, tuttora, una realtà nell’intera Unione europea: restrizioni in ambito lavorativo e nei luoghi pubblici, su base etnica, religiosa e culturale continuano a esistere e a interessare, soprattutto, le donne.
Viola il diritto alla non discriminazione, sancito dall’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, anche l’antiziganismo, presupposto per l’esclusione dei Rom dall’accesso all’istruzione, all’occupazione, all’alloggio e all’assistenza sanitaria. Di fatto, il quadro dell’Unione europea per le Strategie nazionali di integrazione dei Rom non ha ancora sortito «progressi significativi e tangibili»: non basta l’aumento della partecipazione all’istruzione se permane il problema dell’abbandono scolastico e non bastano i miglioramenti nei campi dell’occupazione, dell’alloggio e della salute se violenza e crimini generati dall’odio ne ostacolano il pieno esercizio dei diritti.
E i diritti sociali dei bambini e degli adolescenti alla protezione dalla povertà e all’uguaglianza costituiscono ancora una sfida aperta e concreta nella loro applicazione e nel riconoscimento ai minori migranti: i progressi in questa direzione sono molto limitati e i dati raccolti nella Relazione mostrano una carenza di orientamenti nel senso dell’interesse superiore del bambino. Per esempio, avendo messo a punto poche e insufficienti alternative al trattenimento per ragioni collegate allo stato di migrante.
D’altronde, «un approccio in termini di diritti umani non è in contraddizione con la realtà dei bisogni specifici dell’età; al contrario, consente di rispondere meglio a tali esigenze, inquadrandole, al contempo, in un discorso fondato sui diritti umani», dice la Relazione. Cioè a dire che i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali si applicano a tutti. A prescindere dall’età, e agli anziani compresi. I quali hanno il diritto «di condurre una vita dignitosa e indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale». Verso un approccio globale all’invecchiamento (attivo) basato sui diritti fondamentali, il cui godimento è determinato, oltre che dalle condizioni socio-economiche e geografiche, anche dall’appartenenza o meno a una minoranza etnica, dallo stato di migrante, dal genere e dalla disabilità. Condizione, quest’ultima, segnata da lacune attuative in ambiti chiave quali l’accessibilità e la vita indipendente: sebbene, infatti, l’Unione europea e gli Stati membri abbiano compiuto degli sforzi tesi a tradurre nella pratica i diritti denunciati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, la prassi soffre di mancanza di obiettivi chiari, bilanci adeguati e orientamenti operativi. Chissà che quella direttiva sulla parità di trattamento, proposta nel 2008 e che, sulla carta, offrirebbe una protezione completa contro la discriminazione indipendentemente dal sesso, dall’etnia, dalla religione, dall’età, dall’orientamento sessuale e dalla disabilità, trovi piena applicazione negli anni a venire. Il prima possibile.

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