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Il 14 luglio 1938 il ministro degli Esteri del governo Mussolini, Galeazzo Ciano, annota sul suo diario: «Il Duce mi annuncia la pubblicazione da parte del Giornale d’Italia di uno statement sulle questioni della razza. Figura scritto da un gruppo di studiosi, sotto l’egida del ministero della Cultura popolare. Mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui». L’indomani il Giornale d’Italia sotto il titolo “Il Fascismo e i problemi della razza”, pubblica la prima versione del Manifesto della razza firmato da dieci scienziati italiani, tra cui primeggiano l’onorevole Sabato Visco, direttore dell’Istituto di fisiologia generale dell’Università di Roma e direttore dell’Istituto nazionale di biologia presso il Cnr; il senatore Nicola Pende, direttore dell’Istituto di Patologia speciale medica dell’Università di Roma; Edoardo Zavatteri, direttore dell’Istituto di zoologia dell’Università di Roma. L’incipit del Manifesto è destinato a diventare tristemente famoso: «Le razze umane esistono». Il Manifesto sostiene – con l’avallo di alcuni scienziati ma senza alcuna base scientifica – che l’umanità, appunto, si divide in razze; che queste razze sono diverse per capacità intellettuali dei propri membri; che esiste anche una “razza italiana” la quale, naturalmente, è più capace di altre e bisogna tutelarla da pericolose contaminazioni genetiche. In particolare va tutelata dalle contaminazioni di sangue con una razza palesemente inferiore, quella degli ebrei.

Il Manifesto sulla razza non è un fulmine a ciel sereno. Come ha scritto Pietro Nastasi, storico della matematica, trova agganci in almeno tre diverse istanze presenti nella società italiana. Le istanze di tipo razziale: frutto della esperienza coloniale (1891-1941), che nel 1935 aveva trovato una rinnovata fase propulsiva nell’aggressione all’Etiopia, conclusasi il 9 maggio 1936 con «la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma». Le istanze di tipo ideologico, ovvero quell’antisemitismo di matrice religiosa («il veleno di una fede feroce»), cui si aggiunge il concordato del 1929 con cui viene abolita di fatto di fatto la parità dei culti, una conquista dell’Italia liberale. Le istanze di tipo scientifico, frutto del vasto movimento eugenetico che ha trovato nuova linfa dopo la riscoperta delle leggi di Mendel. No, davvero la comunità scientifica italiana non può dirsi esente da colpe. E non solo per via dei dieci firmatari e di qualche zelante adepto. Ma anche e soprattutto perché non seppe opporsi al fascismo. In fondo sette anni prima, nel 1931, solo una ventina di docenti universitari su oltre 1.200 rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo. Tra loro pochi gli uomini di scienza: il matematico e “padre” della scienza italiana Vito Volterra; il chimico Giorgio Errera; l’antropologo criminale Mario Carrara. Ma torniamo al 1938. L’ignominia intellettuale del Manifesto – che il Duce si vanta di aver contribuito a redigere in prima persona – si traduce ben presto in pratica discriminazione. Già nel mese di settembre il governo di Benito Mussolini vara una serie di leggi che portano alla espulsione degli ebrei dalle scuole e dagli incarichi pubblici. Gli ebrei in Italia nel 1938 erano all’incirca 50mila: lo 0,15 per cento della popolazione. La percentuale di ebrei nelle università era molto superiore. Furono infatti epurati 99 tra professori ordinari e straordinari: il 7,3 per cento delle 1356 cattedre universitarie italiane restarono senza titolari. Furono cacciati anche 191 liberi docenti, 117 dei quali a medicina. Fu davvero una scelta sciagurata, quella del varo delle leggi razziali, da ogni punto di vista: perché ebbe conseguenze tragiche per gli ebrei e i rom; per l’intero Paese che si trovò a praticare una odiosa discriminazione in base alla (inesistente) differenza di razza; e, anche, per la scienza italiana.

L’impatto sulla comunità dei ricercatori fu enorme. Tra i biologi mandati via ci fu Giuseppe Levi, ordinario di Anatomia umana normale a Torino e maestro di tre futuri premi Nobel, tutti conseguiti in America: Salvatore Luria, Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco. Sedici i matematici che persero la cattedra e si ritrovarono senza lavoro. Tra loro persone di fama internazionale, come Federico Enriques, Gino Fano, Tullio Levi-Civita, Beniamino Segre. Altri matematici “ariani”, primo fra tutti il grande Francesco Severi, cavalcarono la tigre Mussolini. Anche con eccesso di zelo. Dodici furono i chimici epurati, tra cui Giorgio Renato Levi, ordinario di Chimica generale e inorganica a Pavia e Mario Giacomo Levi, ordinario di Chimica industriale a Milano. Ma, forse, fu la fisica che pagò il tributo più alto. Le due scuole italiane che in quel momento erano al vertice mondiale – quella di fisica nucleare a Roma, diretta da Enrico Fermi, e quella dei raggi cosmici a Padova, diretta da Bruno Rossi – vennero dissolte. Rossi era ebreo e per di più imparentato con una famiglia invisa ai fascisti, quella di Cesare Lombroso. Enrico Fermi, che proprio alla fine del 1938 ottenne il premio Nobel, aveva una moglie ebrea, Laura. Ed ebrei erano anche due dei ragazzi di via Panisperna. Emilio Segré e Bruno Pontecorvo. Tutti raggiunsero l’America. E l’Italia perse in poche settimane un patrimonio inestimabile. Non è difficile calcolare gli effetti negativi sulla scienza e sulla società italiane di quella successione di eventi. Ci è d’aiuto, fra l’altro, un altro anniversario che ricordiamo in questo medesimo anno: l’ottantacinquesimo anniversario delle leggi razziali di Hitler, che aveva già prodotto conseguenze nefaste in Germania. Cosa era successo, dunque, in Germania esattamente cinque anni prima della scelta di Mussolini? La successione è nota. Il 30 gennaio Hitler viene nominato cancelliere del Reich. Il 27 febbraio fa incendiare il Parlamento (Reichstag). Il 28 gennaio vara il «decreto dell’incendio dei Reichstag» e, in nome della sicurezza nazionale, abolisce molti diritti civili. Il 7 aprile con il «paragrafo ariano» della «legge sul ripristino dell’impiego nel pubblico servizio» obbliga tutti coloro che non sono di razza ariana a lasciare ogni incarico pubblico. In breve l’obbligo viene esteso anche agli avvocati e ai medici “non ariani”, che non possono più lavorare nei tribunali e negli ospedali.

L’idea nazista è che la società tedesca debba essere divisa in due categorie: quella dei Volksgenossen (camerati della nazione), che appartengono alla comunità popolare, e quella dei Gemeinschaftsfremde (stranieri della comunità) che, invece, non appartengono alla storia e alla cultura della Germania. Stranieri della comunità sono: ebrei, zingari, portatori di handicap, asociali. Il 14 luglio 1933 Hitler vara due nuove norme: una riguarda la revoca della naturalizzazione degli ebrei dell’Europa orientale che hanno avuto la cittadinanza tedesca dopo il 9 novembre 1918. L’altra è la sterilizzazione, «anche contro la volontà del soggetto», dei portatori di presunte malattie ereditarie. Negli anni successivi, fino al 1938, c’è in Germania uno stillicidio di leggi che accentuano sempre più le discriminazioni razziali e culminano nella creazione dei lager e nell’inizio dell’Olocausto. Ma già nel 1933 gli effetti di queste leggi sono evidenti. In primo luogo per la cultura tedesca, fino ad allora leader in Europa. Nei giorni successivi al provvedimento di aprile, infatti, ben 1.200 professori universitari (il 14 per cento dell’intero corpo docente) deve lasciare l’insegnamento. La gran parte emigra all’estero, riparando soprattutto in gran Bretagna e negli Stati Uniti. A soffrirne è in primo luogo la scienza. Da Einstein (già andato via) a Max Born, da James Franck a Fritz Haber lascia infatti la Germania una moltitudine di cervelli perché di origine ebrea, quantificata nel 20 per cento degli scienziati e nel 25 per cento dei Nobel scientifici.

Non è solo una diaspora, è un vero e proprio ribaltamento polare. L’asse della scienza mondiale – da tre secoli saldamente centrato sull’Europa – si sposta per la prima volta nel Nord America. Giustamente gli storici americani Jean Medawar e David Pyke hanno parlato di «Hitler’s gift», del più grande regalo di Hitler agli Stati Uniti. Le leggi razziali di Hitler hanno spostato l’asse scientifico del mondo. Nel 1938, quando l’Italia fascista si accinge a copiare la Germania di Hitler, tutto questo è già sostanzialmente evidente. La cultura di una parte decisiva dell’Europa è già stata distrutta. Mussolini vuole dare un proprio ulteriore contributo a quel disastro. È il “Mussolini’s gift” agli Stati Uniti. L’ultima manciata di terra sulla tomba di un’Europa che si accinge a entrare in una guerra devastante. Certo, dopo la guerra ci sarà la ricostruzione. Ma la scienza italiana si riprenderà solo in parte. Ancora oggi a ottant’anni di distanza paghiamo le conseguenze – culturali, ma anche economiche – delle leggi razziali. Quanto all’Europa, anch’essa si riprenderà. Ma la leadership scientifica detenuta per oltre tre secoli ormai appartiene ad altri.

L’articolo di Pietro Greco è tratto da Left del 12 gennaio 2018


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