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Cominciamo il racconto di questo viaggio dalla fine, dal 4 luglio scorso, giorno in cui abbiamo attraccato nel porto di Barcellona con le due imbarcazioni della Ong Open arms (Astral e Open arms) con a bordo 59 persone soccorse nel Mediterraneo. Lo sbarco avviene tra gli applausi. Un tappeto rosso è disteso al termine della passerella della Open arms. La sindaca di Barcellona, Ada Colau, arriva al porto, senza telecamere, e si assicura dello stato di salute dei passeggeri. Dopo i controlli sanitari, abbiamo preso parte ad una conferenza stampa e una festa cittadina organizzate dal Comune di Barcellona come forma di accoglienza delle persone salvate e gratitudine nei confronti dell’equipaggio di Open arms. Prima considerazione: a Barcellona avviene una cosa “stranissima”, se osservata dal punto di vista della sinistra italiana. La giunta di Barcellona, le sue politiche radicali dal punto di vista sociale, ma anche da quello della solidarietà e dell’accoglienza, ha ricevuto i suoi consensi prevalentemente nelle zone popolari di Barcellona. Proprio come dovrebbe essere, ma come non è più da anni, per la sinistra che in Italia ormai concentra i suoi consensi nei “quartieri bene” delle aree metropolitane. Seconda considerazione: le ipotesi avanzate da cosiddette forme di “patriottismo costituzionale” che aleggiano nella sinistra italiana ed europea, secondo cui per tornare ad avere consenso nelle classi popolari si dovrebbe sì accogliere, ma soprattutto preoccuparsi della regolazione dei flussi per non spaventare “i proletari di casa nostra” è del tutto smentita dal caso di Barcellona (oltre che politicamente inaccettabile, dal mio punto di vista). Un vero radicamento sociale di un soggetto dell’alternativa non può che costruirsi in una prospettiva solidaristica. D’altro canto, se proprio vi spaventa il rischio di essere accusati di buonismo, basterebbe ricordare l’adagio del barbuto di Treviri («proletari di tutto il mondo unitevi»); o considerare che quello della forza lavoro migrante – sia quella che attraversa il Mediterraneo, sia quella che attraversa l’Europa da Sud a Nord – è oggi il movimento reale che può trasformare lo stato di cose presenti nella “fortezza Europa”.

Ma riavvolgiamo il nastro. Giovedì 28 giugno, mentre la Lifeline riusciva finalmente a sbarcare a Malta, sono salpata dal porto di La Valletta con altri tre eurodeputati spagnoli (Miguel Urban, Ana Miranda e Javi Lopez) e l’equipaggio capitanato da Riccardo Gatti, sulla nave Astral di Proactiva Open Arms. Dopo una notte di navigazione, abbiamo raggiunto in zona Sar (Search and Rescue, ricerca e salvataggio) l’imbarcazione Open arms, con cui abbiamo proseguito insieme la navigazione (noi eurodeputati abbiamo fatto la spola tra una imbarcazione e l’altra) fino a Barcellona. Con questa missione ci eravamo prefissi diverse finalità. In primo luogo, osservare e testimoniare quanto avviene in zona Sar. Inoltre, mostrare solidarietà alle Ong che subiscono un infame processo di criminalizzazione che non inizia con questo governo. Come dimenticare il protocollo sulle Ong di Minniti? Come dimenticare il sequestro della Open arms in Sicilia? In quella occasione avevamo organizzato alcuni incontri in supporto di Open arms, con Oscar Camps, suo fondatore, prima a Strasburgo, presso il Parlamento europeo, poi a Napoli alla presenza di Luigi De Magistris e della sindaca di Badalona. Ma di fronte alla minaccia drammaticamente concretizzatasi di chiusura dei porti da parte del governo italiano occorreva anche da parte nostra una forma di supporto ancora più concreto. Infine volevamo ricordare con la nostra posizione geografica – la zona Sar – anche un posizionamento politico, proprio nei giorni in cui si svolgeva il Consiglio che avrebbe discusso di frontiere e migrazioni: contro l’Europa fortezza e a sostegno della proposta approvata dal Parlamento europeo che pur non ribaltando la prospettiva in tema di accoglienza, faceva due passi importanti nella direzione del superamento del regolamento di Dublino III: il superamento della logica del Paese di primo approdo e la istituzione di un meccanismo di relocation obbligatoria per tutti gli Stati membri.

Venerdì mattina 29 giugno arriva la prima comunicazione alla Open arms circa una imbarcazione a rischio di naufragio. Viene contattata la guardia costiera italiana, che risponde a Open arms di non intervenire, che l’intervento è di competenza della guardia costiera libica. Poche ore dopo, arriva la notizia del naufragio di una imbarcazione con cento persone. Non vi è la certezza assoluta che si trattasse della stessa imbarcazione segnalata. Ma è assai difficile ipotizzare che si trattasse di altra imbarcazione. Per l’equipaggio, per noi, è un colpo durissimo. Una notizia difficile da accettare. Cento persone con ogni probabilità avrebbero potuto essere salvate se fosse stato consentito all’Open arms di intervenire. Più volte si è ripetuto nel corso della nostra settimana di viaggio questo meccanismo: Open arms riceveva una segnalazione, contattava la guardia costiera italiana, che rispondeva a Open arms di non intervenire e delegava la competenza alla guardia costiera libica. Che con ogni evidenza non è in grado di gestire efficacemente una zona Sar. Come è possibile che il governo italiano e l’Ue chiudano gli occhi di fronte alla impossibilità che la Libia gestisca una zona Sar efficacemente? Sabato mattina 30 giugno la Open arms riesce, invece, a effettuare una operazione di salvataggio di 59 persone a bordo di un gommone in panne. Sentiamo chiaramente alcuni di loro scandire le parole: «No Libia, no Libia, no Libia». Vediamo il terrore trasformarsi in gioia quando capiscono che sarebbero arrivati in Europa. Ascoltiamo le loro storie sulla Open arms, dopo che vengono medicati e rifocillati dall’equipaggio: 59 persone. Tra questi, 5 donne, 5 minori di cui 3 non accompagnati, 14 nazionalità diverse. C’è chi ci mostra i segni delle torture subite in Libia, chi racconta come è uscito da Gaza attraverso l’Egitto, i bambini che ti chiedono quanto ci vuole per arrivare a Barcellona.

Sì a Barcellona, perché nel frattempo sono arrivati i tweet di Salvini (scordatevi i porti italiani), di Toninelli (la Astral, anzi no rettifico, la Open arms, non possono attraccare nei porti italiani perché disturbano l’ordine pubblico). Malta fa sapere che il porto più vicino è Lampedusa. Anche lì porti chiusi. Fino al capolavoro del ministro degli Interni: avete disturbato i lavori della guardia costiera libica. Forse è vero: la presenza di quattro europarlamentari ha impedito che la guardia costiera libica, sopraggiunta di lì a poco, provasse a “riprendersi” quelle persone. Fosse così, sarebbe una delle cose più importanti e più politiche che dei parlamentari europei possano fare: contribuire a salvare vite. Già perché anche questo il governo italiano fa finta di non sapere: tornare in Libia significa probabilmente rivivere la detenzione, le torture, gli stupri. Il mio invito rivolto al governo italiano resta quello di provare a vivere questa esperienza sulla Open arms: almeno, dopo aver guardato queste persone negli occhi, avrebbero difficoltà a parlare di “pacchia”, ”crociera” e ”#portichiusi”. A costringere dei naufraghi a quattro giorni di navigazione in più per raggiungere a Barcellona. E, chissà, forse capiterebbe anche a loro di chiedersi, come è successo a noi, “quanti altri se ne sarebbero potuti salvare”. È la domanda che si pone il protagonista di Schindler’s list. È la domanda che Ue e governo italiano dovrebbero porsi. Quanti altri ne avremmo potuti salvare se non avessimo boicottato le Ong? Se avessimo aperto vie legali e sicure d’accesso all’Europa, dei corridoi umanitari? Prima che gli italiani e gli europei vengano ricordati per crimini contro l’umanità, restiamo umani.

Eleonora Forenza è deputata al Parlamento europeo dal 2014 nel gruppo Gue/Ngl

Il reportage di Eleonora Forenza a bordo della Open Arms è tratto da Left in edicola


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