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Salvini e Trump “no global”, titolano alcuni giornali parlando dell’imposizione di dazi e frontiere che caratterizza la politica neo nazionalista Usa e la continua minaccia del ministro dell’Interno italiano di chiudere i porti, anche se questo implica più di morti nel Mediterraneo. Ma come è possibile definire “no global” politiche così disumane e criminali? Siamo davanti a una palese falsificazione degli slogan e dei contenuti del World social forum che, invece, era internazionalista, antirazzista, progressista, anti liberista, e proponeva un modo diverso di stare insieme facendo rete, basato sullo scambio culturale e non sulla arida logica del profitto.

Intervistata dal Corsera, Naomi Klein è arrivata a dire che chi si definisce no global per il suo libro No logo, non l’ha proprio capito, visto che lei non ha mai sostenuto una chiusura nazionalista, ma l’apertura verso una comunità politica mondiale. A bene vedere, se anni fa il cosiddetto movimento “no global” parlava di dazi lo faceva per proteggere le produzioni locali in Paesi in via di sviluppo. Non come fa oggi Trump, lanciandosi in difesa del profitto made in Usa, al grido «America first!». (Proponendo peraltro una ricetta anti storica e destinata al fallimento, come scrive il Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz nella nuova edizione Einaudi del suo libro uscito nel 2002, La globalizzazione e i suoi oppositori). Più trumpista di Trump, Salvini si presenta addirittura nelle vesti di (improbabile) capo popolo contro le multinazionali, pur avendo la Lega firmato tutti i provvedimenti neoliberisti dei governi di centrodestra. Sovranista come Farage, Le Pen, Orban e i leader ultra conservatori del gruppo di Visegrád, il ministro leghista si lancia nella difesa del sacro suolo.

«Porti aperti» e «No borders» sono, invece, i messaggi della manifestazione che ha pacificamente invaso Ventimiglia la settimana scorsa. Nella scia di tante altre manifestazioni “no global” e di sinistra che si sono passate il testimone della lotta anticapitalista negli ultimi vent’anni. Fin dai suoi esordi nel 1999 a Seattle il movimento altermondialista (come si diceva allora) ha promosso un progetto di cambiamento che guarda al futuro, che parla di un altro mondo possibile in cui non sia l’un per cento ricchissimo della popolazione a dominare e schiacciare il resto del mondo. Quel messaggio nella bottiglia partito da Seattle approdò a Genova e Porto Alegre nel 2001 e a Firenze nel 2002. Contagiando poi la Spagna dove scoppiò la rivolta dei giovani Indignados e perfino New York con il movimento Occupy Wall street. Dopo la repressione violenta subita in Italia, qui da noi quella lotta si è rifugiata in singoli territori oltraggiati da progetti di multinazionali che impattano fortemente sull’ambiente e sulla salute degli abitanti; pensiamo per esempio ai No Tav in Val di Susa e ai No Tap e No Tubo nel Sud d’Italia e sugli Appennini. Non c’è più la partecipazione oceanica di allora, ma quei semi di pensiero e di rivolta hanno continuato a germogliare in Italia e ancor più altrove. (Anche nella fugace stagione delle primavere arabe). Ma soprattutto molti contenuti dei social forum oggi appaiono più attuali che mai.

A cominciare dalla lotta alla discriminazione, contro le disuguaglianze, contro le guerre, per una società più giusta e aperta, contro gli effetti della finanziarizzazione dell’economia e i sistemi fiscali che la favoriscono, contro il predominio dell’ideologia neoliberista in politica, contro lo strapotere di colossi economici occidentali e orientali che depredano l’Africa costringendo la popolazione locale ad emigrare. Il sovranismo ha le armi spuntate contro tutto questo. La globalizzazione, nel bene e nel male è andata molto avanti. Anche perché, a bene vedere, è nata addirittura due secoli fa. Impossibile tornare indietro. Impossibile non vedere la forte interrelazione che c’è fra tutti Paesi. La soluzione non si trova rifugiandosi anacronisticamente e regressivamente in piccole patrie chiuse come monadi. Bisogna far sì che tutti possano avere accesso ai vantaggi della globalizzazione, occorre fare in modo che il cosmopolitismo non sia il privilegio di pochi. E soprattutto bisogna riuscire a governare i processi di globalizzazione in modo che non siano i Paesi più poveri a farne le spese in termini di sfruttamento di persone e di risorse. Ma per combattere le disuguaglianze serve una sinistra che sappia fare proprie le istanze dei movimenti. Che recuperi il voto di sinistra finito nell’astensione e nella fallace protesta, riempiendo il vuoto lasciato dal centrosinistra che ha rinunciato alla lotta per l’eguaglianza e alla difesa del welfare, che ha abbandonato un impegno forte per la giustizia sociale, difendendo solo i privilegi delle élite.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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