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Sebbene novantasette bandi su centouno richiedano, nell’offerta tecnica, la presentazione di un progetto di qualità per l’erogazione dei servizi, solo in diciassette casi ciò ha portato all’assegnazione di un punteggio specifico mentre nella maggior parte degli altri è stato assegnato in base a fattori quantitativi. In soldoni, nella valutazione dei servizi alle persone (le più vulnerabili) conta il mero ribasso economico e i numeri più vantaggiosi nelle offerte di gara per aggiudicarsi l’apertura e la gestione dei Cas.

Così, appunto, il sistema dei Centri di accoglienza straordinaria (che di straordinario non ne ha né le caratteristiche né l’imprevedibilità) ha (dis)funzionato a causa di un approccio basato sulla semplice esigenza di garantire posti letto per i richiedenti asilo, anziché puntare a un metodo integrato, efficace e sano. Che latita non tanto per un scarsità di risorse economiche (come vorrebbero far credere le istituzioni) considerato che i fondi necessari esistono e solo nel 2018 sono stati stanziati oltre due miliardi di euro, quanto per la mancanza di un piano di intervento strutturale. E perché i bandi pubblici, indetti dalle prefetture, per “l’affidamento dei servizi di accoglienza e dei servizi connessi ai cittadini stranieri richiedenti asilo presso strutture temporanee”, a oggi, secondo il dossier Straordinaria accoglienza, redatto da InMigrazione (cooperativa sociale impegnata nell’accoglienza ai migranti), risultano mere procedure burocratiche. Peraltro anche molto lente, sia per una carenza di organico nelle prefetture sia per una mancanza di formazione del personale addetto: in media 60 giorni (ma complessivamente sono ne sono stati calcolati 5.890, pari a più 16 anni) tra la data presunta di avvio dei servizi e la data di affidamento degli stessi al termine della procedura di gara, che pesano sulle casse dello Stato ma, soprattutto, sulla qualità dell’accoglienza.

Immaginati come luogo di contenimento e attesa, con una logica assistenzialista, scollegata da proposte di servizi per l’integrazione e che fa leva sulle grandi cifre le quali, spesso, portano al binomio accoglienza-business, i Cas sono le prime vittime del decreto dell’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti, con il quale è stato approvato lo schema di capitolato per la gestione dei centri di accoglienza che per i criteri di aggiudicazione si è rifatto ai capitolati tecnici dei grandi Centri governativi. Un’impronta che permette di non specificare nei bandi i requisiti necessari a far funzionare il sistema o di esplicitarli in maniera molto generica, facendo ricadere sulla pelle dei migranti (appena arrivati) l’inefficienza dei servizi per l’orientamento legale, per la domanda di protezione internazionale, per l’insegnamento dell’italiano, per la mediazione linguistica. Sebbene esistano degli esempi virtuosi, ciò è riscontrabile in quasi tutte le strutture italiane che avrebbero dovuto rappresentare l’eccezione e, invece, da quattro anni a questa parte, sono la regola. Superando, di gran lunga, il numero dei centri Sprar – il sistema per la protezione dei richiedenti asilo e rifugiati gestito dagli enti locali – nei quali viene garantita un’assistenza più qualificata.

Rappresentando oltre il 90 per cento della prima accoglienza, con 180mila posti messi a bando, nel 68 per cento dei casi viene data la possibilità di aprire Cas con una capacità ricettiva tra gli ottanta e i trecento utenti; pochi quelli in cui il limite è inferiore ai sessanta ospiti, con conseguenze negative anche sul rapporto con la comunità in cui sono inseriti. Se le regole del gioco fossero più definite, i controlli potrebbero essere più efficaci e, in caso d’inadempienza, sarebbero più facilmente applicabili penali e rescissioni delle convenzioni.

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