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Lo ha raccontato il sussurro di Josefa, fuggita dal Camerun e sopravvissuta 48 ore in balia del Mediterraneo. L’hanno raccolta gli operatori di Open arms, una delle Ong che gli sciacalli di casa nostra hanno chiamato «taxi del mare». E quel sussurro è un urlo assordante, da non dimenticare. Ripeteva «Pas Libye, pas Libye» (basta Libia). Non ce l’hanno fatta una mamma e suo figlio piccolo, i cui corpi sono stati raccolti in mare, a 80 miglia dalle coste libiche. La “buona Italia” disponibile ad accogliere Josefa non voleva cadaveri ad invadere il sacro suolo quindi l’Ong ha scelto di far rotta verso la Spagna, col suo carico triste chiuso in un container frigorifero.
Non bastavano video e testimonianze, Matteo Salvini continuava a parlare di “menzogne” ripeteva che «la Libia è un porto sicuro e che chi fugge va riportato lì». La storia di Josefa farà il giro del mondo, grazie anche al fatto che sulla nave viaggiava una star della Nba (il cestista spagnolo Marc Gasol, ndr) che dopo aver visto ha urlato la propria impotenza. A breve il silenzio donato a chi “va lasciato governare” farà sparire anche questi volti, fino alla prossima strage o alla prossima persona strappata alla morte.
E la bufala dei porti sicuri va smontata con argomentazioni concrete. Secondo la Convenzione di Amburgo (1979), chi viene soccorso in mare va condotto in un place of safety: non un porto sicuro ma un luogo in cui a ogni naufrago sia garantito il rispetto dei propri diritti. Il ministro dell’Interno Salvini non lo sa o finge di ignorarlo.
Adesso, con le strumentazioni fornite da Ue e Italia (grazie agli accordi firmati con l’ex ministro Minniti), la sedicente Guardia costiera libica potrà garantire professionalità nelle operazioni di salvataggio, si dice. E lo ha fatto riprendendosi 158 persone sopravvissute al naufragio citato all’inizio. Ma è sufficiente? Secondo Nancy Porsia, giornalista che ha vissuto per anni in Libia…

L’inchiesta di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola


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