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Le novità possono mettere a repentaglio le Repubbliche e gli Stati, e allora chi ha il potere, che è ignorante, diventa giudice e piega gli intelligenti». È una famosa frase che Galileo Galilei annotò su una copia del Dialogo da cui non si separava mai. Il grande fisico, astronomo, filosofo e matematico era consapevole a cosa andava incontro sposando la nuova cultura scientifica rinascimentale. Quella nata a cavallo tra il ’500 e il ’600 all’esterno delle università e fondata sull’idea del confronto, della «disputa attorno a qualsiasi cosa». Era una cultura pubblica, democratica fondata sulla messa in discussione delle idee, quella che coinvolgeva Galileo. Affondano qui le radici del metodo scientifico che è alla base di grandi conquiste dell’umanità.
Professor Rovelli, la «disputa attorno a qualsiasi cosa» è ancora oggi il motore della ricerca?
La scienza è uno strumento di accrescimento della nostra conoscenza che si fonda sulla possibilità di rimettere in discussione il sapere passato. Questo significa ovviamente rimettere in discussione l’autorità, perché conoscenza è potere. Perché questo sia possibile è necessario che ci sia la possibilità di rimettere in discussione tutto, e la discussione è sempre la base del funzionamento della scienza. Ma io credo che oggi dilaghi una interpretazione sbagliata ed eccessiva di questa strategia di conoscenza.
Vale a dire?
Possibilità di dialogo non vuol dire che la parola di chiunque abbia lo stesso peso in una discussione, ancora meno significa che trovare le soluzioni migliori sia questione di maggioranza. Per fare un esempio, pensiamo alle olimpiadi. In linea di principio, chiunque le può vincere. Ma questo non significa che per partecipare ad una gara olimpica basti andare là e dire “partecipo anch’io”. Significa che…

L’intervista di Federico Tulli a Carlo Rovelli prosegue su Left in edicola


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