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Jorge Nestor Troccoli, nato a Montevideo nel 1947, è stato un ufficiale dei servizi segreti della marina uruguaiana durante l’ultima dittatura (1973-84). In Uruguay, Troccoli è soprannominato «il torturatore» e tra i suoi “colleghi d’arme” è stato tra i primi a riconoscere l’uso della tortura negli interrogatori dei prigionieri, al punto di rivendicarlo anche in un libro autobiografico, arido e agghiacciante. Inseguito dalla giustizia riuscì a lasciare il suo Paese e, mentre in Uruguay molti suoi ex commilitoni sono stati condannati perché riconosciuti responsabili di crimini contro l’umanità (sparizioni forzate, torture e omicidi), dai primi anni Duemila questo signore vive in Italia da uomo libero.

Scampato all’estradizione perché quando fu chiesta  qui da noi, la tortura non era ancora un reato, Troccoli ha anche ottenuto la cittadinanza italiana. Grazie a un bisnonno, Pietro, che da Marina di Camerota emigrò da bambino in Uruguay e che vide l’Italia per l’ultima volta nel 1880. Pietro Troccoli ebbe nove figli e decine di nipoti, nessuno di loro ha messo mai piede nel nostro Paese. Lo stesso vale per il bisnipote Jorge, fino a quando qualcuno non gli ha suggerito la possibilità di ottenere il doppio passaporto grazie allo ius sanguinis. E così è stato. Come ci ricorda Sergio Bontempelli in questa storia di copertina «con le norme esistenti, fondate su uno ius sanguinis molto rigido (è italiano chi discende da parenti italiani), possono prendere la cittadinanza i nipoti e i pronipoti dei nostri emigranti, anche se sono appena arrivati nel nostro Paese».

Esattamente come nel caso di Troccoli (il quale pare ci sia riuscito in tempi più rapidi della media), può accadere «che diventi cittadino chi ha vissuto e vive da sempre all’estero, e non ha nessuna relazione con l’Italia (se non un lontano parente, magari un bisnonno mai conosciuto)». E quanti sono i potenziali beneficiari di questa procedura? Secondo una ricerca coordinata dal professor Mario Savino dell’Università della Tuscia, la stima si aggira intorno a 70 milioni di persone. Più dell’attuale popolazione italiana. Ovviamente non tutti hanno alle spalle un passato come quello di Troccoli ma di questa potenziale “invasione” nessuno parla mai. Si è invece fatto un gran parlare di “invasione” (nei fatti inesistente) quando nell’autunno del 2017, la legge sullo ius soli è stata affossata in Parlamento dallo scarso coraggio del Pd e dal voltafaccia del Movimento 5 stelle che nel 2013 aveva presentato una versione dello ius soli ancora più avanzata di quella che ha contribuito a far naufragare. Negando in questo modo la cittadinanza, e una serie di diritti a essa connessi, a circa 800mila ragazzi che in Italia sono nati, o per lo meno ci sono arrivati in tenera età, e qui sono cresciuti, vivono, studiano, lavorano.

Dopo questa vergognosa pagina della storia politica del nostro Paese, purtroppo, tante altre ne sono state scritte sempre riguardo all’immigrazione, sia prima che dopo l’insediamento del governo giallonero, come abbiamo costantemente denunciato. Ci siamo però resi conto che dopo l’affossamento dello ius soli, questi 800mila ragazze e ragazzi, i loro diritti, le loro storie, le loro battaglie, sono completamente scomparsi dai radar dell’informazione e della politica. Come se non esistessero, come se non fossero mai esistiti.

Anche per bucare questa censura abbiamo deciso di dedicare agli italiani senza cittadinanza la nostra storia di copertina. La dedichiamo in particolare a Marko, la cui storia ci viene raccontata da Eleonora Forenza, eurodeputata Prc nel Gue. Marko non è il vero nome di questo ragazzo che si trova in un Centro di permanenza per i rimpatri ma è quello di un altro ragazzo bosniaco come lui. «Anzi no. Marko non è bosniaco, lo sono solo i suoi genitori» dice Forenza a Checchino Antonini. «Eppure sta sbattuto in un Cpr, a Bari, per essere rimpatriato in una patria che non è la sua, non l’ha mai vista. Parla italiano perfettamente perché qui è nato e cresciuto, ma ha i documenti scaduti».

La storia di Marko si inserisce in quello che Forenza spiega come «il contesto europeo di follia e di criminalità sulle politiche migratorie con una specificità tutta italiana: l’assenza del riconoscimento dello ius soli». Un’assenza che è diventata annullamento dell’identità di una generazione per la quale non più tardi di un anno fa, nel pieno del dibattito sulla legge, anche il mondo degli intellettuali e della cultura si è speso in messaggi di solidarietà e sostegno. Ma che dopo la bocciatura della legge di civiltà è piombato in un inspiegabile e imbarazzante silenzio.

Chi non è rimasto inerte è il deputato di Sinistra italiana nel gruppo Leu Erasmo Palazzotto. Il primo giorno utile della legislatura ha ripresentato la proposta di legge nella versione che fu della campagna L’Italia sono anch’io. «Perché – dice Palazzotto – questa ondata di razzismo non va moderata, bisogna contrapporre un altro modello di società». «E di cultura» rilancia la psichiatra Rossella Carnevali nell’intervista conclusiva. E noi con con loro, continueremo a ribadirlo.

L’editoriale di Federico Tulli è tratto da Left in edicola dal 17 agosto 2018


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