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L’acqua è vita. Ma nella provincia di Vicenza e nella zona del Veneto interessata dall’inquinamento delle sostanze cancerogene Pfas, questa affermazione non corrisponde a verità.
155mila persone in quella che è definita zona Rossa A, 800mila in un’area che si allarga sempre di più, fino a raggiungere il delta del Po. Cosa sono i Pfas, la cui elevata concentrazione nelle acque in Veneto ha spinto le mamme NoPfas, che denunciano la situazione costituite in comitato dal 2017, a 5 giorni di presidio 24 ore su 24 sotto il tribunale di Vicenza?
Per capirlo pensate a un uovo e 100 mila aghi, quelli che sono stati utilizzati per scoprire cosa scorre nelle vene di altrettanti cittadini compresi nella fascia di età 14-65 anni. Uno studio che si protrarrà fino al 2026 e che vede impegnati tecnici sanitari, ambientali e agricoli. La sigla Pfas, sta per impermeabilizzanti perfluoro-alchilici. Un business miliardario perché, il potere anti-aderente di queste molecole, consente di impermeabilizzare indumenti come il kway, far scorrere liquido nei freni dei jet, produrre anestetici e colliri e cucinare senza il cibo si attacchi alle pentole.
Mai negli anni però ci si è chiesti dove e come il sistema industriale scaricasse i residui di questa lavorazione così fruttuosa. La risposta oggi è chiara: nelle falde acquifere e le indagini sanitarie in corso hanno già individuato contaminazioni in oltre 400 siti della rete idrica veneta.
E chi inquina ha un nome, la Miteni, industria chimica con sede a Trissino, in provincia di Vicenza.
La storia inizia nel 2009, anno in cui la Convenzione di Stoccolma inserisce i Pfas nella lista degli «interferenti endocrini»: quelli che, resistendo a oltranza nell’ambiente, restano «per secoli» potenziali agenti patogeni di tumori all’apparato endocrino, gravidanze a rischio, fino all’Alzheimer. In uno scenario del genere, non bastano i filtri a carbone che hanno fatto tornare potabile l’acqua dei 24 comuni veneti contaminati, si ha la sensazione di vivere dentro un disastro ambientale.
E qui ritorna il nostro uovo, quello prelevato nell’ autunno 2017 dal personale sanitario dell’Arpa in un pollaio in provincia di Verona e che, una volta esaminato, si scopre contaminato da 21,2 microgrammi di Pfas.
Qui si concentrano le preoccupazioni delle mamme NoPfas che, davanti al tribunale, attendono nelle tende, nel gazebo che le protegge dal sole e dalla pioggia di questa bizzarra coda d’estate, la chiusura dell’inchiesta nelle mani dei pubblici ministeri. Michela Zamboni, Michela Piccoli, Carmen Brendola e le altre mamme sorridono, offrono thé freddo, spiegano, indossando magliette con su i nomi dei loro figli e la concentrazione di Pfas nel loro sangue e a vederle così, amichevoli ma determinate, vorresti avere il rimedio per succhiare via il veleno da dentro i loro bambini ed anche da dentro di loro, da dentro le viscere di una terra generosa e fiera che, tra inquinamento delle acque, smog e cementificazione selvaggia, sta pagando un prezzo davvero troppo alto.

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Elena Mazzoni è responsabile nazionale ambiente del partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

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