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Torneranno in piazza sabato 1 settembre a Chemnitz quelli di Pegida dopo gli scontri di lunedì scorso quando 591 agenti di fronte a un corteo di estrema destra di seimila persone, alcune centinaia delle quali potenzialmente violente, non ce l’hanno fatta a tenere la situazione in ordine. Dall’altra parte un migliaio di antifascisti e antirazzisti dopo che anche parlamentari del Bundestag del gruppo AfD (neonazi) avevano lanciato appelli alla giustizia “fai da te”. E così a Chemnitz, 243mila abitanti nella tedesca Sassonia, i neonazi hanno raggiunto il loro obiettivo: avere i riflettori puntati su una manifestazione di stampo razzista anche con qualche ambiguità proprio nelle file delle forze dell’ordine. Qualcuno, infatti, ha mostrato alla stampa il mandato d’arresto spiccato contro i presunti aggressori del 35enne tedesco ucciso la sera prima in uno scontro a margine di un festival musicale cittadino gettando benzina su un fuoco “social” alimentato dalla pioggia di fake news secondo cui la vittima sarebbe stata uccisa mentre tentava di difendere una donna. «Deve essere chiaro che certe cose nella polizia non saranno più tollerate. Non può essere che gli agenti di polizia pensino di poter forzare le cose, anche se sanno che commettendo così un reato», ha detto alla Taz il vice primo ministro della Sassonia Martin Dulig (Spd). Nei giorni scorsi la polizia locale ha fermato per quasi un’ora un giornalista della Zdf colpevole di filmare un corteo degli islamofobi di Pegida a dresda. Uno dei partecipanti al corteo ha chiesto l’intervento degli agenti contro quelli che chiamano Lügenpresse, “giornalisti bugiardi”. Il manifestante di Pegida è un poliziotto e questo conferma che uno degli ingredienti del complesso cocktail sciovinista (in Germania e in Europa) è l’attivismo di settori xenofobi e neonazi nelle forze di polizia. In Sassonia governa una großeKoalition a guida Cdu che è al timone del Lander dal 1990 e che, di fronte all’insorgere dell’attivismo xenofobo ha sempre provato ad assorbirne elettoralmente i fermenti concedendo spazi fisici e nel discorso pubblico.

I tumulti e la violenza sono serviti a un’esigenza di visibilità dei gruppi nazi. E il primo bilancio di sei feriti, diramato nella tarda serata, è stato rivisto al rialzo: i feriti sono 20, nove fra i militanti di destra, nove fra i contromanifestanti di sinistra (che erano circa un migliaio) e due poliziotti. Ci sono anche dieci denunce di estremisti che hanno sfilato col saluto di Hitler. Anche le forze dell’ordine sono finite sotto accusa per aver sottovalutato l’impatto della manifestazione, organizzata in rete dopo la morte del tedesco in una rissa esplosa domenica durante un festival musicale all’aperto, per la quale sono stati arrestati due giovani immigrati, un siriano e un iracheno.

La caccia allo straniero è iniziata già poche ore dopo il fatto, ma ieri i gruppi di neonazi – cui si sono uniti hooligan, sostenitori di Pegida (il cosiddetto movimento patriottico che lotta contro l’islamizzazione d’Europa) e Afd – sono riusciti a organizzare una cosa in grande, facendo lievitare una manifestazione che avrebbe dovuto vedere non oltre 1500 persone in strada. «L’esplosione delle adesioni non era prevedibile», si è giustificato oggi il ministro dell’Interno del Land, Roland Woeller, di cui alcuni chiedono le dimissioni. Mentre sul caso sono intervenuti anche i leader federali. «Le immagini viste a Chemnitz non possono trovare posto in uno stato di diritto», ha sillabato Angela Merkel, citando «l’odio» e la violenza esplosi nel Land dell’est, dove Alternative fuer Deutschland spopola (stando agli ultimi sondaggi raggiungerebbe fino al 25% dei consensi). Anche il ministro Horst Seehofer (della Csu bavarese) ha stigmatizzato i tumulti: «Voglio dirlo in modo chiaro, il ricorso alla violenza non è mai giustificabile». E da Berlino ha promesso aiuti alle forze di polizia locali, se ve ne fosse bisogno. Intanto politici, amministratori e media si stanno tormentando nell’analisi di questo allarmante segnale dalla Sassonia: non esisterebbe, secondo gli esperti, un movimento centrale in grado di coordinare estremisti e hooligan. Si sarebbe trattato più che altro della veloce mobilitazione di piccoli gruppi, avvenuta ovviamente attraverso i social network. Sigle di hooligan come Kaotic, Ns Boys, i famigerati Reichsbuerger, il Movimento identitario, Der III Weg (che significa “la terza strada”); estremisti arrivati da più regioni, Brandeburgo, Turingia, Bassa Sassonia, Baviera, Westfalia, secondo la ricostruzione del giorno dopo. Il ministro dell’Interno della Sassonia, Roland Woeller, ha spiegato che i gruppi di ultradestra hanno trovato l’appoggio delle frange più estreme del tifo calcistico, non solo a livello locale. Le indagini hanno permesso di appurare che a Chemnitz sono arrivati hooligan provenienti da altre aree del paese. E’ der Spiegel poi, in un commento, a rigettare la parola usata dal portavoce di governo Steffen Seibert, che già ieri aveva messo in guardia dalla «giustizia fai-da-te». Non è questo quello che è accaduto a Chemnitz, incalza il portale del magazine: la morte di un falegname tedesco di 35 anni, che fra l’altro era contro la discriminazione, è stata strumentalizzata. La vera molla dell’odio «si chiama razzismo». Un problema che in Sassonia è stato troppo a lungo, gravemente, sottovalutato. Nel caos, tra domenica e lunedì, sono state segnalate ripetute aggressioni a semplici passanti, a prescindere dalla nazionalità.

Grazie a una certa tolleranza da parte delle istituzioni, è proprio a Dresda – 530mila abitanti, a soli 70 km da Chemnitz – che, nel gennaio di tre anni fa, 18 mila persone hanno partecipato a una manifestazione contro gli stranieri e contro l’Islam: debutto in società di Pegida, Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes (Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente). Da qualche mese i simpatizzanti di Pegida si ritrovavano ogni lunedì nella città della Germania orientale per reclamare misure più restrittive in materia di immigrazione, evocando i modelli di Australia e Canada. Da allora, se i 120mila i “mi piace” sulla pagina fb dell’organizzazione sono scesi a 55mila non si può dire lo stesso per il radicamento nel senso comune: un sondaggio dello Spiegel svelò che il 34% dei tedeschi era d’accordo con Pegida a pensare che la Germania si stesse “islamizzando” e, tra gennaio e settembre del 2014 ci furno su tutto il territorio tedesco 86 attacchi contro strutture che ospitavano i richiedenti asilo. Pegida, vicina ai partiti dell’estrema destra germanica (alle legislative di settembre 2017 AfD s’è piazzata al terzo posto con il 12,64% e ben 94 deputati, entrando per la prima volta in parlamento) tuttavia, ha riscosso successo perché ha cambiato le modalità con cui comunicare messaggi xenofobi. Non poteva essere altrimenti per una sigla fondata da un pubblicitario oggi 44enne, Lutz Bachmann (precedenti per rapina, traffico di cocaina e guida in stato di ebrezza, estradato dal Sudafrica dove s’era rifugiato), ha saputo «prendere le stesse idee tradizionalmente portate avanti da minacciosi tizi col cranio pelato – cioè istanze anti-immigrazione e anti-islamiche – e arrangiarle in un modo da poterle rendere attraenti per la classe media», scrisse all’epoca Slate.com. Bachmann dovette abdicare il 21 gennaio 2015 dopo che il giornale tedesco Bild aveva pubblicato una sua foto in cui mostrava un taglio di capelli e di baffi molto simili a quelli di Hitler. Ma l’interregno durò solo fino al 24 febbraio quando fu reintegrato come presidente del movimento che ha anche una filiale in Svizzera, fondata il 9 gennaio 2015, due giorni dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo.

Il Guardian osservò che partecipava «gente della classe media col giaccone e cappellini di cachemire col pon pon assieme a hooligan trentenni con felpe della Lonsdale (le cui lettere NSDA richiamano le iniziali dell’ex partito nazista tedesco, NSDAP)».

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