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Mirko Maiorino è un operaio dell’Ilva. Sono anni che lotta insieme al comitato spontaneo Cittadini e lavoratori liberi e pensanti. Vive al quartiere Tamburi, quello più vicino all’Ilva di Taranto. Qualche giorno fa ha ricevuto la telefonata di un amico in lacrime. «Ho bisogno di una mano – gli dice -. A mio figlio è stato diagnosticato un tumore al cervello. Bisogna andare a Firenze, ma non ho i soldi per andare». Il piccolo non ha nemmeno un anno. «Capisci cosa vuol dire vivere qui? Capisci perché quando in tv sentiamo numeri su lavoro e acciaio, qui a Taranto ci sentiamo offesi?».

Parla digrignando i denti, Mirko. Per la rabbia e la delusione a causa delle ennesime promesse andate in fumo. «Chiuderemo l’Ilva e bonificheremo», aveva promesso Luigi Di Maio. Ancora più espliciti erano stati gli allora candidati pentastellati: «La posizione del M5s su Ilva è chiara – dicevano a febbraio in un comunicato -: la riconversione economica passa ovviamente dalla chiusura delle fonti inquinanti, senza le quali le bonifiche sarebbero inutili. La linea del movimento per il futuro dell’Ilva di Taranto prevede una riconversione economica dell’area. La chiusura delle fonti inquinanti è la logica conseguenza». Stop. Non si menzionavano altre eventualità. Non c’era margine per strade diverse. Non si parlava di «delitto perfetto», come ha detto invece il ministro Di Maio per giustificare il passaggio della fabbrica ad Arcelor Mittal.

Eppure il M5s a Taranto ha avuto un plebiscito alle elezioni politiche del 4 marzo, raccogliendo oltre il 47% dei voti. Basta questo per capire che, anche se alla fine il governo dovesse strappare condizioni favorevoli, non saranno mai sufficienti per un popolo intero che si è sentito per l’ennesima volta preso in giro. Il ragionamento di Mirko è eloquente: «Se Di Maio dovesse ottenere 500 posti di lavoro in più da Mittal, per 56 milioni di italiani sarà una grandissima vittoria del movimento. Per 200mila italiani, i tarantini, sarà l’ennesima sconfitta. Avremo barattato la salute di centinaia di bambini per 500 posti di lavoro». E se ci fossero migliori…

Il reportage di Carmine Gazzanni prosegue su Left in edicola dal 7 settembre 2018


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