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La tragedia di Genova ha, drammaticamente, riaperto in Italia il dibattito su nazionalizzazioni e privatizzazioni. Un dibattito che è stato banalizzato dalla pochezza delle posizioni degli attori politici del nostro Paese, con il governo gialloverde che proponeva una assurda (in quanto intempestiva) nazionalizzazione di Autostrade per l’Italia e l’opposizione che si preoccupava per il destino delle azioni in borsa della società che gestisce le autostrade.
In maniera meno drammatica il dibattito sulle privatizzazioni si è riaperto negli ultimi anni anche in Gran Bretagna, la patria delle privatizzazioni e spesso rappresentata come modello virtuoso.
La realtà ci mostra invece che l’insoddisfazione dei cittadini britannici nei confronti delle privatizzazioni è in continuo aumento. E non vi è da stupirsi, visti i continui disservizi denunciati, associati a un costante aumento delle tariffe, in praticamente tutti i settori in cui il controllo è passato, negli anni della furia neoliberista, dal pubblico ad aziende private in concessione. Gli unici che ci hanno guadagnato sono sempre gli stessi, grandi speculatori finanziari che hanno assunto il controllo di sempre più grandi fette dell’economia britannica.
Ferrovie, acqua, energia elettrica, gas, poste, gestione degli ospedali, gestione dei carceri, energie elettrica, gestione della sicurezza di grandi eventi come le Olimpiadi del 2012. Ovunque vengono alla luce in continuazione piccoli o grandi scandali circa la mancanza di fornitura di servizi, quasi sempre associata a tariffe che negli anni aumentano a dismisura, con imprese private che finiscono solitamente per dover essere “salvate” dallo Stato attraverso l’iniezione di aiuti o fondi pubblici, non prima – ovviamente – di aver pagato giganteschi dividendi agli investitori finanziari.
L’ultimo grande scandalo, soprattutto in termini di grandezza, è stato quello…

L’articolo di Domenico Cerabona prosegue su Left in edicola dal 14 settembre 2018


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