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Tusnádfürdő, minuscolo paesino della Transilvania, piena estate. Da qui, come ogni anno, il presidente ungherese Viktor Orbán interviene «all’università aperta» organizzata dal suo partito, Fidesz. Un meeting culturale dove il leader di estrema destra è solito rilanciare gli indirizzi politici del suo operato. E quest’anno ha deciso di farlo approfondendo il concetto – di cui è padre e teorico – di «democrazia illiberale».

«La democrazia liberale – ha spiegato – è pro-immigrazione, mentre quella cristiana è contro. Questo è un concetto genuinamente illiberale. La democrazia liberale sostiene modelli adattabili di famiglia, mentre quella cristiana poggia sulle fondamenta del modello cristiano di famiglia. Ancora una volta, questo è un concetto illiberale».

Una definizione lucida, una riproposizione spudorata del dogma fascista del Ventennio «dio, patria, famiglia». Con la quale, malcelatamente, lo xenofobo Orbán rilancia la guerra senza quartiere del suo esecutivo nei confronti di donne e migranti. Le prime ogni giorno più discriminate nel Paese penultimo in Europa per parità di genere, secondo l’European institute for gender equality; i secondi respinti alle frontiere e privati del sostegno dei cittadini, per i quali dare cibo o solamente informazioni ai migranti è di recente diventato illegale. Una guerra, dicevamo, portata avanti con l’arma principale della religione. Inquietante, se a perpetrarla fosse un semplice leader; un vero segnale d’allarme se a farlo è invece il capofila del fronte sovranista europeo. Il rassemblement che si prepara alla bagarre elettorale per prendere in mano le redini dell’Europarlamento nel 2019.

Orbán infatti – che si dice pronto a presentare ricorso al Tribunale di giustizia dell’Ue contro le sanzioni di Bruxelles ricevute per «gravi minacce allo Stato di diritto» – non solo ha stretto un patto col ministro dell’Interno italiano Salvini (definendolo «il mio eroe», un «compagno di destino») ma si prepara a…

 

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


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