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Quando nel nostro ordinamento è stato introdotto il principio della bigenitorialità, si era inteso sostenere che il progetto educativo del minore dovesse essere condiviso da entrambi i genitori i quali avrebbero dovuto mantenere entrambi un rapporto equilibrato con la prole, pur nella disgregazione del rapporto matrimoniale o di convivenza.

Il principio della bigenitorialità avrebbe dovuto declinarsi nella consapevolezza, da parte di entrambi i genitori, di dover sostenere una eguale responsabilità nella crescita dei figli.

Molti padri, ma anche molte madri, hanno invece interpretato il principio di bigenitorialità come una nuova spranga da usare contro l’altro genitore, una nuova arma per strumentalizzare i figli ad uso delle proprie frustrazioni.

Il modello patriarcale di famiglia, già fallimentare di per sé, attraverso il consumismo capitalistico è esploso in tutta la sua pericolosità.

La famiglia tradizionale, veicolata dalla favolistica religiosa, ha avuto una corrispondenza nei modelli consumistici pubblicitari, i quali hanno contribuito ad introdurre nell’immaginario collettivo, una idea di modello familiare inesistente e utopico.

Le famiglie perfette sono aspirazioni illusorie, la realtà è fatta in gran parte di genitori che non si sopportano, che si tradiscono, che si odiano.

I figli, anche se amati, sono spesso vissuti come l’ostacolo alla propria affermazione e alla propria “felicità”.

Separazioni e divorzi sono la soluzione agli incubi permanenti.

I politici italiani, spalmati su tutto l’arco parlamentare, hanno sempre ostentato il proprio impegno a dare “sostegni alle famiglie”, ma poi è sempre prevalsa una riserva mentale di fondo che relegava il problema al femminile e dunque, un bonus, un contributo assistenziale, una mancetta governativa potevano ritenersi sufficienti, senza impegnarsi più di tanto per elaborare politiche di ampie prospettive rivolte alla genitorialità.

La deriva pentafascioleghista, nella incapacità di cogliere gli aspetti più delicati delle dinamiche familiari, si è diretta ora verso il diritto di famiglia con il preciso scopo di devastare quelle tutele, spesso inattuate e solo teoriche, che tuttavia le leggi consentivano.

Attraverso il senatore Pillon è approdato in Parlamento un disegno di legge ispirato al fondamentalismo religioso, nel quale si prevede che i coniugi che intendono separarsi debbano passare attraverso un procedimento a pagamento di mediazione obbligatoria.

La obbligatorietà della mediazione è un altro tassello verso la privatizzazione del sistema giudiziario, ma ciò che rileva in questo contesto è che la disparità di reddito tra uomini e donne, diventerà ostacolo alla scelta di separarsi da parte del soggetto economicamente più debole, che generalmente è la donna.

Se è vero che molti femminicidi si verificano dopo che le mogli sono scappate da mariti e compagni violenti, il senatore Pillon ha trovato una soluzione per impedir loro di scappare, ed ha ideato una moltitudine di ostacoli pratici ed economici per paralizzare la via di fuga alle donne malmenate, compresa una valutazione sulla capacità reddituale al fine di consentire l’affidamento dei figli.

Le madri, pur di non essere separate dai figli a causa del basso reddito, accetteranno di restare con i mariti violenti.

La centralità del progetto educativo, quale presupposto della bigenitorialità, viene sostituito dalla divisione identica dei tempi di permanenza presso entrambi i genitori.

I figli diventano palline da ping pong, rimbalzati da una casa all’altra, senza continuità abitativa, in una condizione di destabilizzazione permanente.

A queste condizioni, una donna sana di mente può solo decidere di farsi sterilizzare.

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Carla Corsetti, avvocato, è segretario nazionale di Democrazia atea e fa parte del coordinamento nazionale di Potere al popolo

 

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