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Cinque anni fa un risveglio orrendo. E ancora avevamo capito poco. Il numero delle vittime dell’imbarcazione affondata a poche centinaia di metri dalla salvezza, al largo di Lampedusa sembrava crescere ad ogni minuto. Come non ricordare le immagini che irrompevano a dire, la morte non è lontana, è qui, ha bussato forte, ha i volti dei bambini, delle donne e degli uomini che sembravano pronti ad una nuova vita. I ricordi diventano frammenti: il pianto ipocrita dei proprietari delle frontiere di allora si mescolava al dolore autentico della gente di mare. Uomini della guardia costiera, pescatori, abitanti della piccola isola divenuta nella notte centro dell’inferno. Piangeva il pescatore che era riuscito a salvare da solo, 47 persone ma che ne aveva viste tante, troppe, scivolare nel mare e non riemergere. Ore di fatica per salvare almeno una vita in più. Il bilancio atroce 366 vittime, in maggioranza provenienti dall’Eritrea, in gran parte mai identificate. Ce le ricordiamo a riempire gli hangar, ci ricordiamo la fila di lenzuola e poi di bare con l’isola che chiedeva aiuto perché non riusciva neanche a trovare posto per le vittime.
E un pezzo forte di questo assurdo Paese, si mosse e si commosse, chiese giustizia, ricordò se stesso e non voltò le spalle. Pochi giorni dopo ne accadde un altro e ancora più grave di naufragio, al largo delle coste libiche, più vicino a Malta e ci si accorse, troppo tardi di quella fossa comune che era ormai diventata il Mediterraneo centrale. “Bisogna fare qualcosa” si disse in tante e tanti, ma sia chiaro, affermò chi comandava, la colpa non è nostra o delle nostre leggi ma dei trafficanti. Sono loro i veri assassini. Allora si ebbe la decenza di promuovere una operazione incompleta ma che produsse dei risultati come Mare Nostrum. Le imbarcazioni militari italiane si assunsero la responsabilità di scendere nei pressi delle coste libiche e, nonostante si continuò a morire, oltre 120 mila persone vennero tratte in salvo. Ma di cambiare le regole, di poter aprire canali di ingresso legali a chi fuggiva, di costruire un contesto di solidarietà europea nessuno volle parlare nonostante i tanto declamati “pugni sul tavolo”.
Mare Nostrum venne interrotta grazie al connubio fra la volgare arroganza sovranista rappresentata non solo dalla Lega e riassunta nel grido di allarme “ci stanno invadendo” e dai miseri egoismi europei che ne foraggiarono il potenziale. Alla fine del 2014 le coste libiche tornarono ad essere battute in lontananza solo dalle imbarcazioni di Frontex col compito di fermare le fughe mentre si dotava una sedicente guardia costiera libica, composta già allora da e trafficanti che avevano cambiato datore di lavoro e indossato una divisa, di nuovi strumenti per riprendere i fuggitivi, riportarli nei propri lager, pretendere nuovi riscatti e praticare nuove violenze. Dovettero intervenire le Ong a sfidare il mare e i fucili libici per salvare la gente che scappava sui gommoni. Ong che presto si ritrovarono contro una classe politica nostrane, l’odio diffuso a piene mani da molti organi di stampa, inchieste giudiziarie fondate sul nulla e alla fine, anche illegali Codici di condotta per impedire a chi salva vite di svolgere la propria missione.
Cinque anni dopo sembra passata un’era geologica. Prima Minniti e poi Salvini hanno contribuito ad aumentare la desertificazione del principio di umanità. Vanno fermati, costi quel che costi, anche bloccando i porti, anche subendo condanne internazionali. E questo avviene con un consenso diffuso e popolare. I barconi sono il nemico, non le miserie provocate da politiche economiche scellerate che favoriscono unicamente il profitto di pochi. L’arresto ieri di Domenico (Mimmo) Lucano, sindaco di Riace ed emblema dell’accoglienza è un colpo inferto a chi disobbedisce, le misure contenute nel prossimo “Decreto Salvini” ne sono il corollario, tale da definire un vero e proprio Stato di polizia.
Cinque anni dopo, le piazze piene di ieri in solidarietà con Mimmo, hanno dato qualche flebile speranza ma per il resto è giusto dirlo. Questo paese, fa più schifo di allora, si crogiola ancora per la sofferenza dell’altro, del nero, del diverso. Quanti anni passeranno prima di capire che i prossimi saremo noi?

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