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Il 2 ottobre Domenico Lucano, sindaco di Riace, è stato arrestato per favoreggiamento all’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto dell’appalto della raccolta differenziata dei rifiuti a due cooperative del luogo. Il sindaco ha fatto di Riace un modello di accoglienza, esempio nel mondo. Sabato 6 ottobre arrivano a Riace migliaia di persone dall’Italia, ma anche da altri Paesi, per manifestare contro le accuse mosse a Lucano, messo agli arresti domiciliari al pari dei mafiosi. In questo momento politico e con il clima di odio diffuso che si respira, non potevamo pensare che questo arresto fosse una coincidenza e non potevamo non essere lì. Appena giunte troviamo donne di vari paesi dell’Africa in piazza a chiacchierare, bambini che giocano tra loro, uomini riacesi riuniti a discutere, una coppia di origini mediorientali, lei incinta e con un figlio nel passeggino che escono da quello che sembra il municipio, ma in realtà è un ambulatorio medico: oggi è di turno la ginecologa. Perciò le donne sono tutte lì in fila, calme e scherzose, anche in vista dell’imminente arrivo degli “stranieri”, che saremmo noi. Mostrano una tranquilla curiosità e una naturale apertura verso i nuovi ospiti. “Giuseppina!” una mamma di origini africane chiama la figlia, forse ultima nata del paese. Notiamo subito che qui c’è un clima umano diverso da quello che viviamo ogni giorno. Le migliaia di persone che arrivano man mano, sono calme e decise allo stesso tempo, unite nella solidarietà al sindaco, ma ognuno con la sua storia particolare di vita che gli ha dato motivo di essere lì. Un nutrito gruppo di ragazzi africani accolti a Riace aprono la manifestazione in anticipo: «Noi dobbiamo dare inizio alla manifestazione, perché noi siamo la testimonianza in carne e ossa di quello che Mimmo ha fatto; Luter King, Mandela, Sankara: Mimmo è diventato l’ennesimo nero in carcere». Poi la manifestazione parte, risaliamo un corteo che non finisce più: tante associazioni, partigiani, sindacati, tante sigle, ma oggi i nomi non contano, oggi contano gli esseri umani. Il corteo scorre tra tanti slogan, arrivati sotto casa di Mimmo si ferma. Non prosegue. Le persone vogliono gridare solidarietà a quest’uomo, vogliono dirgli grazie. I ragazzi e le ragazze accolti a Riace ballano al grido di “Mimmo non si arresta”. Tutta insieme la folla intona Bella ciao. Lucano alla finestra piange, sorride, alza il pugno, riconosce le persone venute lì per lui e lancia baci uno ad uno. I suoi occhi dicono un grazie infinito a tutti i presenti. E si resta lì sotto, a cantare, urlare, scambiarsi sguardi e cenni per più di mezzora, mentre la testa del corteo ha già iniziato il comizio. Più tardi Lucano manda un discorso scritto a tutti i manifestanti. Potete leggerlo ovunque online. Quest’uomo dice e fa quello che dovrebbe essere naturale per ogni essere umano, ma che oggi non è tanto scontato: aiutare l’altro non per motivi di carità religiosa o convenienza personale, bensì in quanto essere umano simile a noi. Come tale egli ha diritto non solo al cibo, all’acqua, ai vestiti, a un tetto, ma ad una casa sua, ad un lavoro, a costruirsi una nuova vita, a realizzare la propria identità. Identità che si realizza ancor più, se anche le persone che appartengono alla sua stessa comunità, possono realizzarsi. Se gli altri intorno a me vivono bene, vivo bene anch’io. Questo vale in primis per i riacesi che hanno visto il proprio paese rifiorire. Qualcuno ha scritto che sarebbe da provare se effettivamente il modello Riace consente uno sviluppo economico duraturo, ma ciò che conta è che promuove e mantiene lo sviluppo umano, sociale e culturale. Questo ci dà la possibilità di pensare diversamente la nostra società in cui sviluppo economico e sviluppo umano spesso sono inversamente proporzionali. Per questo lo hanno chiamato “reato di umanità”. Grazie al sindaco e all’uomo, alla sua capacità di sentire, vivere, amare gli altri uomini, donne e bambini; alla sua naturale capacità di riconoscere l’identità dell’altro: «Conosce per nome tutti i bambini del paese», ci ha detto un ragazzo africano, grato. Ma dopo sabato abbiamo la certezza che tale capacità non è di un uomo solo, ma anche delle migliaia di persone che erano lì a lottare con lui e chissà di quanti altri più silenziosi. «Ho fatto un sogno» diceva Martin Luther King. Anche noi credevamo di essere delle sognatrici, prima di arrivare a Riace. Dopo averla conosciuta sappiamo che non è così.

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Rossella Carnevali e Valentina Mancini sono entrambe psichiatre e psicoterapeute. Hanno curato tra l’altro il numero monografico della rivista scientifica di psichiatria e psicoterapia Il sogno della farfalla dal titolo “Migrazione, una sfida culturale”

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