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«C’è questa idea che è un’emergenza… ma, invece, se la chiamassimo con il nome che ha, cioè che i popoli si muovono, che è un fenomeno antropologico e, quindi, dobbiamo fare i conti con questo movimento che c’è… e fare i conti significa attrezzare gli Stati per questo, altrimenti resteremo sempre in una dimensione sbagliata», dice, nella ricerca La condizione delle lavoratrici e dei lavoratori dei servizi pubblici per l’immigrazione, condotta da Cgil, un’operatrice dei servizi sociali del comune di Latina. E, invece, stando a quanto riporta il documento, non sembra che il sistema dei servizi per l’immigrazione si sia (ancora?) adattato a questo tipo di scenario per rispondere ai bisogni dell’integrazione.

A dichiararlo, le voci, le analisi e i racconti dell’esperienza di una diversificata platea di lavoratori e lavoratrici impegnati nelle amministrazioni centrali, negli enti locali, in sanità e nella cooperazione sociale. Che restituiscono una sguardo attento sulle inefficienze a più livelli. Primo, sull’impianto generale del sistema: manca una rete, funzionano a singhiozzo le procedure d’appalto e l’affidamento dei servizi e impera una disomogeneità che colora a macchia di leopardo l’intero sistema. Coinvolgendo non solo i destinatari dei servizi ma anche i lavoratori che li prestano, penalizzati nel rispetto dei loro diritti: tra dequalificazione del lavoro ed esternalizzazioni non sempre virtuose e governate, nelle quali le amministrazioni pubbliche risultano strette tra la morsa delle verifiche (per obbligo di legge) sulla qualità dei servizi offerti e la scelta di far ricorso a gestori opachi dal punto di vista economico, con una serie di subappalti che fa perdere qualità e competenza.

Lamentano «un contesto generale di scarsa sensibilità nei confronti del coordinamento con conseguenze negative sui diversi attori coinvolti», mancando una regìa istituzionale; riportano frizioni fra regioni e strutture di prima accoglienza, vivono un’incertezza fatta di prassi rinegoziata nell’azione quotidiana, soprattutto nei rapporti con questure e prefetture. A questo proposito, «con la questura è veramente un gioco che si crea quotidianamente, per cui ci sono dei giorni in cui ti fanno entrare e ti sorridono tutti; delle settimane in cui è impossibile che l’operatore entri in questura; dei giorni in cui i richiedenti asilo vanno per il rinnovo del permesso di soggiorno e, casualmente, non si capisce perché, li rimandano a casa», racconta C.V., operatore di una cooperativa di accoglienza di Monza e Brianza.

Talvolta, le difficoltà incontrate nella comunicazione con le amministrazioni locali sono frutto della pressione esercitata dall’orientamento politico di turno che introduce un elemento in più di resistenza all’adempimento degli atti da parte di ambienti istituzionali non del tutto efficienti. Creando un circolo vizioso tra competenze del servizio e responsabilità, anche personali, di presa in carico: in alcuni servizi è, infatti, pressante l’obbligo a limitarsi all’essenziale, e in altri vige la pretesa di un’azione a tutto tondo senza garanzie rispetto agli esiti. Ma tant’è: se alcune questioni – vedi quella dell’accessibilità dei migranti al sistema dei servizi e delle opportunità – non venissero affrontate pragmaticamente dagli operatori, si risolverebbero in una vera e propria esclusione di fatto degli utenti, inconsapevoli spettatori dei complicati contesti in cui si trovano a lavorare gli operatori, spesso sottoposti a condizioni di insicurezza sul luogo di lavoro – dal rischio personale al burn out – e in balìa della confusione delle mansioni, senza mobilità interna e tagliati fuori da percorsi di crescita professionale. Lavoratori, dai medici agli operatori, attivi a trecentosessanta gradi per sopperire all’assenza di una presa in carico integrata degli immigrati, fra norme che vorrebbero emergenziale l’accoglienza e normale senso di responsabilità verso gli esseri umani.

Risultato: una predisposizione dei lavoratori al costante adattamento dei mandati istituzionali alla realtà fatta di bisogni delle persone, soccombendo a un impegno supplementare che va oltre i ruoli assegnati. E svolgono, i lavoratori dei servizi pubblici per l’immigrazione, anche compiti pragmaticamente risolutivi, talvolta (pure se) ostacolati dalla scarsità delle strumentazioni a disposizione: dalle (anacronistiche) risorse informatiche alle caratteristiche (inadeguate) degli spazi di accoglienza. «Quando senti che uno ha attraversato dal sud dell’Africa, a piedi, gli hanno bruciato e ammazzato il padre, gli hanno mutilato la sorella, arrivano in Sicilia e da lì a Milano, già solo questa narrazione meriterebbe un luogo dove la persona può anche vivere le emozioni di quello che sta raccontando, e sta raccontando un pezzo di vita che noi traduciamo e scriviamo in due minuti ma che per loro è durato due anni di cammino, con tutti i rischi connessi», spiega G.F., operatrice della questura di Milano.

L’inadeguatezza di spazi e risorse accomuna immigrati e lavoratori, il cui disagio è, altresì, alimentato dall’incertezza vissuta dai migranti. Secondo una reciprocità che V.P., medico, Asp Palermo, Sicilia 2, riassume così: «Quando noi conosciamo e veniamo a contatto con queste condizioni, facciamo un viaggio anche dentro la nostra mente, dentro il nostro immaginario collettivo. Quindi, il confronto con la persona che viene da fuori è un confronto continuo con la tua anima, con il tuo modo di conoscere e di crescere (…) Quello a cui teniamo è riconoscere la persona e dirle che qui ha gli stessi diritti, dal punto di vista del livello essenziale di assistenza, del figlio dell’onorevole».

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