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Caso Cucchi, udienze e audizioni procedono in parallelo dopo le ammissioni di Francesco Tedesco, uno dei tre imputati per l’omicidio preterintenzionale del geometra romano, arrestato il 16 ottobre 2009 e trovato morto, nel letto del reparto penitenziario del Pertini il 22, sei giorni dopo.

Ci sono almeno sei persone indagate nell’ambito del filone sui depistaggi seguiti al pestaggio subito da Stefano Cucchi. Si tratta di cinque carabinieri e un avvocato, parente di uno dei militari accusati di falso. È quanto emerge dalle carte depositate oggi dal pm Giovanni Musarò in un’udienza animata anche dalla visita del ministro della Giustizia Bonafede, ennesimo politico a cercare un selfie con Ilaria Cucchi.

Fra i nomi nuovi spunta quello del tenente colonnello Francesco Cavallo, all’epoca dei fatti capo ufficio comando del Gruppo carabinieri Roma. Sarebbe stato proprio Cavallo a suggerire al luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stazione Tor Sapienza, di modificare la nota di servizio sullo stato di salute di Cucchi, arrivato a Tor Sapienza dopo essere stato trasferito dalla caserma Casilina. Nell’elenco degli indagati figurano fra gli altri il maggiore Luciano Soligo, all’epoca dei fatti comandante della compagnia Talenti Montesacro e il luogotenente Massimiliano Colombo, già comandante della Stazione Tor Sapienza. Fra gli indagati anche l’avvocato Gabriele Giuseppe Di Sano.

Una storia costellata di falsi
«Questa storia è costellata di falsi, subito dopo il pestaggio, ed è proseguita in maniera ossessiva subito dopo la morte di Cucchi, c’è stata una attività di inquinamento probatorio indirizzando in modo scientifico prove verso persone che non avevano alcuna responsabilità e che sono state sottoposte a giudizio fino in Cassazione e ora sono parte civile perché vittime di calunnie», ha detto Musarò annunciando il deposito di nuovi verbali integrativi di indagine nel procedimento per falso, in apertura della nuova udienza del processo bis sulla morte di Stefano Cucchi. «Quello che ha detto il carabiniere Francesco Di Sano nell’udienza del 17 aprile è vero – ha spiegato il pm – la modifica della annotazione di servizio sullo stato di salute di Cucchi non fu frutto di una decisione estemporanea ed autonoma ma fu l’esecuzione di un ordine veicolata dal comando di stazione, a sua volta dal comandante di compagnia e a suo volta dal gruppo. Solo così si può capire il clima che si respirava in quei giorni e perché quella annotazione del 22 ottobre sia stata fatta sparire senza che nessuno ne parlasse per nove anni».

Colicchio: così mi costrinsero a firmare un rapporto falso
«Per quello che percepii io, il maggiore Luciano Soligo non si trovava in una situazione molto diversa dalla nostra, nel senso che anche lui stava dando esecuzione ad ordini provenienti dalla sua gerarchia», ha dichiarato al pm Giovanni Musarò il carabiniere Gianluca Colicchio, nel corso dell’audizione in procura dove è stato sentito come persona informata sui fatti. Colicchio è il piantone che ebbe in custodia Cucchi per alcune ore nella stazione dei carabinieri di Tor Sapienza. Ossia dopo le fasi violentissime dell’interrogatorio e del fotosegnalamento. Si delinea una sorta di regia da parte del Gruppo Cc di Roma, circostanza confermata dal fatto che Soligo non cambiò i files delle due annotazioni sul posto (cioè presso il Comando di Tor Sapienza) «ma i files furono trasmessi al Gruppo e tornarono modificati dal Gruppo. Il maggiore Soligo mi chiamò il 27 ottobre – spiega al magistrato il carabiniere – mi mise davanti una copia dell’annotazione di servizio su Cucchi non firmata e mi disse di firmare. La firmai ma rileggendola mi resi conto che era stato cambiato un passaggio importante, per cui feci presente al maggiore che non era l’annotazione che avevo redatto il giorno prima, non era farina del mio sacco». Colicchio prosegue affermando di avere preso «in mano il foglio che avevo appena firmato e dissi che non volevo che l’annotazione modificata fosse trasmessa perché ne disconoscevo il contenuto. Soligo cercò di farmi calmare, ma io non volevo sentire ragioni. In quel momento il maggiore stava parlando al telefono con il tenente colonnello Cavallo per cui me lo passò dicendogli “il carabiniere è un pò agitato”. Parlai dunque con Cavallo, il quale mi chiese per quale ragione non volessi firmare l’annotazione e dissi a lui quello che avevo già detto a Soligo e cioè che non era “farina del mio sacco” e ne disconoscevo il contenuto. A questo punto Cavallo mi evidenziò che rispetto all’annotazione che avevo redatto la sera prima, era stato cambiato solo un passaggio, ma io non volevo sentire ragioni perchè mi ero reso conto che quella piccola modifica cambiava completamente il senso di quello che intendevo attestare. Per cui presi l’annotazione e la portai via».

L’indagine interna fu “come una seduta degli alcolisti anonimi”
Il 30 ottobre del 2009, otto giorni dopo la morte di Stefano Cucchi, ci fu una riunione al comando provinciale dei Carabinieri a cui parteciparono i vertici di allora e tutti i militari che avevano avuto un ruolo nella vicenda. «Un incontro tipo quelli degli alcolisti anonimi», ha affermato al telefono il luogotenente Massimiliano Colombo, indagato nel nuovo filone sul falso, in una intercettazione del settembre scorso depositata oggi dal pm Giovanni Musarò nel processo a carico di cinque carabinieri. Parlando con il fratello al telefono, Colombo afferma: «Il 30 ottobre, la mattina ero di pattuglia con Colicchio. Soligo mi chiama, mi chiede “fammi subito un appunto perché poi dobbiamo andare al comando provinciale perchè siamo stati tutti convocati”, cioè tutti coloro dall’arresto di Cucchi a chi lo aveva tenuto in camera di sicurezza. Ci hanno convocato perché all’epoca il generale Tomasone, che era il comandante provinciale, voleva sentire tutti quanti. Abbiamo fatto tipo, hai visto “gli alcolisti anonimi” che si riuniscono intorno ad un tavolo e ognuno racconta la sua esperienza, così abbiamo fatto noi quel giorno dove però io non ho preso parola perché non avevo fatto nessun atto e non avevo fatto nulla». Tutto confermato nell’interrogatorio svolto la scorsa settimana davanti al pm Musarò: «Ognuno a turno si alzava in piedi e parlava spiegando il ruolo che avevano avuto nella vicenda Cucchi. Ricordo che uno dei carabinieri di Appia, che aveva partecipato all’arresto non era molto chiaro. Un paio di volte intervenne il maresciallo Mandolini (anche lui imputato per falso) per integrare cosa stava dicendo e per spiegare meglio, come se fosse un interprete. Ad un certo punto Tomasone zittì Mandolini dicendogli che il carabiniere doveva esprimersi con le sue parole perché, se non fosse stato in grado di spiegarsi con un superiore certamente non si sarebbe spiegato con un magistrato».

L’imputato che augurò la morte a Cucchi
«Magari morisse, li mortacci sua», si legge ancora negli atti depositati. A parlare Vincenzo Nicolardi (imputato per calunnia nel processo davanti alla prima corte d’Assise), parlando di Stefano Cucchi con il capoturno della centrale operativa del comando provinciale in una delle intercettazioni avvenute tra le 3 e le 7 del mattino del 16 ottobre del 2009, ovvero il mattino dopo l’arresto. In particolare il militare fa riferimento alle condizioni di salute del geometra che era stato arrestato da alcune ore e si trovava in quel momento nella stazione di Tor Sapienza. «Mi ha chiamato Tor Sapienza – dice il capoturno della centrale operativa – lì c’è un detenuto dell’Appia, non so quando ce lo avete portato se stanotte o se ieri. È detenuto in cella e all’ospedale non può andare per fatti suoi». Nicolardi, quindi, risponde: «È da oggi pomeriggio che noi stiamo sbattendo con questo qua».

Le risate della moglie del carabiniere
Anche Colicchio è stato intercettato e si capisce che la morte di Cucchi aveva pochi misteri per lui. La moglie del carabiniere Gianluca Colicchio, Inez Dagostino, dopo aver visto il film Sulla mia pelle, insieme con una sua amica, Simona, telefona al marito per commentarlo. «Ho detto di guardarlo dopo mangiato perché altrimenti dopo non mangi più, perché ci sono scene molto forti, “fa scurari o cori”». La donna dice al marito che il film punta chiaramente sulle responsabilità dei carabinieri nella morte del geometra 31enne, e in particolare i militari della stazione Appia. Dalla telefonata fra i due coniugi si capisce che loro sanno cosa è successo e lo hanno anche detto alla loro amica Simona. «Quando lo arrestano gli occhi ce li ha normali e quando lo portano a Tor Sapienza è tutto viola. E poi il film finisce che la sorella, madre e il padre lo guardano morto sul lettino», racconta la donna. «E se ti guardi questo film c’è lui che è un poverino e i carabinieri che fanno schifo». «Sì, infatti sì» interviene Colicchio che ha da ridire sull’attore che interpreta il suo ruolo nel film, dice: «Oh, io sono più bello però». E la moglie: «Sì, ci sei tu che all’inizio parli in italiano e poi in napoletano. Con Simona ci siamo divertite, abbiamo bloccato il film e abbiamo fatto una foto, mamma quanto è brutto con quei capelli, quanto abbiamo riso…».

Al Fatebenefratelli videro subito i traumi che nessuno aveva voluto vedere
In aula, intanto, si sono susseguiti altri testimoni. Come i medici che lo visitarono dopo l’udienza di convalida e l’arrivo a Regina Coeli che evidenziarono immediatamente i traumi. Poche ore dopo il suo arresto per droga, infatti, Cucchi fu portato all’ospedale romano Fatebenefratelli perché lamentava dolori alla schiena, ma rifiutò il ricovero. A spedirlo in ospedale fu Rolando Degli Angioli: «Poco dopo le 16, visitai Stefano Cucchi all’ambulatorio di Regina Coeli. Vidi subito che stava male, tanto che dopo 15 minuti prescrissi per lui il ricovero immediato al Fatebenefratelli perchè fosse sottoposto ad alcuni esami. Cucchi aveva il volto tumefatto – ha detto la guardia medica del carcere – lamentava dolori nella regione sacrale, con difficoltà a sedersi perchè gli faceva male la schiena. Mi disse che si era fatto male cadendo dalle scale. Non poteva stare in istituto, doveva fare quegli esami. C’era qualcosa che non andava e la situazione stava evolvendo in senso negativo. Era un codice giallo in evoluzione. Rimasi allibito quando seppi che era tornato dal Fatebenefratelli con due vertebre rotte, senza che gli avessero fatto la Rx che avevo prescritto».

Cesare Calderini, il medico che prese in cura il giovane geometra romano: «Visitai Cucchi – ha detto il medico – Gli chiesi cos’era successo e mi rispose che era caduto dalle scale la sera prima. Era arrivato in reparto camminando normalmente; aveva intensi rossori sotto le palpebre, mi colpì molto lo stato di magrezza, da approfondire». Poi, l’occhio clinico fu indirizzato «sul forte dolore alla schiena che Cucchi lamentava. Disposi Rx, contattai il radiologo che vide due fratture, l’ortopedico e il neurologo. Era necessario tenere il paziente per fare ulteriori accertamenti, ma lui rifiutò il ricovero». Anche a Francesco Tibuzzi, medico dello stesso ospedale, Stefano Cucchi disse «che aveva avuto una caduta accidentale, mentre era in cella, senza specificare quando. Le sue condizioni generali erano discrete; l’aspetto non era dei migliori, era molto magro; sul volto aveva un edema, macchie rossastre. Gli chiesi se aveva battuto la testa, ma disse di no».

«Visitai Stefano Cucchi due volte; aveva una frattura vertebrale e gli proposi di rimanere ricoverato da noi. Lui rifiutò dicendo “Non voglio ricoverami, preferisco ritornare a Regina Coeli dove c’è il medico di cui mi fido che sicuramente mi dà più giorni”», ha detto Fabrizio Farina, medico del pronto soccorso del Fatebenefratelli. Fu lui a visitare il giovane due volte, il 16 ottobre 2009 e il giorno successivo. Il primo intervento si concluse con Cucchi che, dopo aver rifiutato il ricovero, «si alzò e venne verso di me a firmare il foglio di rifiuto ricovero». Cosa diversa il giorno successivo: «Non riusciva a muoversi». Circostanza, questa, confermata anche dal dottor Claudio Bastianelli, anch’egli del pronto soccorso del Fatebenefratelli, che accolse Cucchi in occasione del secondo accesso in ospedale. «Arrivò e mi disse che voleva essere ricoverato; aveva cambiato idea perché aveva dolore in sede lombare. Gli chiesi com’era accaduto e mi rispose che era scivolato per una caduta accidentale. Ebbi io l’idea di trasferirlo all’ospedale Pertini perché da noi non c’era posto. Per questo attivai la procedura di ricerca del posto letto».

«Cucchi mi disse: tutta la notte ho preso botte per un pezzo di fumo». La lettera di Tarek
«Stefano era tutto nero, tumefatto, in faccia e sulla schiena, gli abbiamo dato una sigaretta. Aveva freddo gli abbiamo fatto una tazza di latte caldo», ha detto Pasquale Capponi, ex detenuto e vicino di cella di Stefano Cucchi a Regina Coeli, sentito come testimone. Fu materialmente colui che trascrisse la lettera per conto di Tarek, poi ricevuta dal senatore Idv Stefano Pedica e consegnata alla procura. «Io Cucchi non l’ho conosciuto – ha detto Capponi – fu Tarek a chiedermi di ricopiargli una lettera perché lui non sapeva scrivere bene in italiano. Io l’ho solo ricopiata, senza aggiungere nessuna parola». Tra le righe, Tarek scrive che durante un colloquio Cucchi gli disse «mi hanno ammazzato di botte i carabinieri, tutta la notte ho preso botte per un pezzo di fumo». «Tarek – ha aggiunto Capponi – scrisse che Cucchi gli aveva detto che era stato ridotto nello stato in cui si trovava dai carabinieri». Prima di lui è stato sentito in aula, davanti ai giudici della Corte d’assise, anche il dottore Apostolos Barbarosos, chirurgo del pronto soccorso dell’Ospedale Vannini di Roma. Il medico ha visto Cucchi circa venti giorni prima il suo arresto per droga; si presentò al pronto soccorso per un incidente stradale. «Si presentò dopo mezzanotte – ha detto Bararosos – con segni compatibili con un incidente stradale. Dalle radiografie non risultarono fratture, rimase tutta la notte perché aveva analisi alterate e andava rivisto».

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