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Una massa oceanica di persone ha invaso Londra per dire no alla Brexit la settimana scorsa. Fra i manifestanti c’era anche lo storico Donald Sassoon. «È stata una manifestazione molto importante», sottolinea. «Ma temo che non basti perché ci sia un nuovo referendum». Il 28 ottobre a Londra, al Festival di letteratura italiana, il docente emerito di Storia europea comparata al Queen Mary College, University of London, è invitato a parlare dei risorgenti nazionalismi. Ne abbiamo approfittato per chiedergli come vede il futuro dell’Europa minacciata dall’internazionale nera. Siamo davanti ad un paradosso, ci aveva avvertito lo studioso già l’anno scorso in occasione di una sua lectio in Italia. «Ci potremmo aspettare che gli europei delusi dalla politica nazionale guardassero all’Unione europea invece succede che la collera contro la classe politica si trasforma in opposizione contro l’Europa e in sostegno alle destre nazionalista».

Professor Sassoon perché questo rigurgito nazionalista oggi, è un effetto collaterale delle politiche neoliberiste e blairiane del centrosinistra?
Il nazionalismo inglese è antico (come del resto lo sono i nazionalismi in Europa). Ha preso piede nell’Ottocento. Quello britannico è anche più vecchio di quello italiano e tedesco ed è stato rafforzato dalla storia degli ultimi 150 anni, contrassegnati da due guerre mondiali e dal colonialismo. All’epoca il nazionalismo si esprimeva con un senso di superiorità, gli inglesi pretendevano di aver insegnato la civiltà al mondo. In pratica Tony Blair ha rafforzato ciò che c’era già.

Stando all’ultimo sondaggio di Eurobarometro gli inglesi sono meno euroscettici di quanto non lo siano oggi gli italiani, cosa ne pensa?

Al di là dei sondaggi (non sappiamo quanto attendibili) dobbiamo ricordare che il referendum è stato vinto dagli euroscettici in Gran Bretagna con il 52 per cento contro il 48. In Italia se si sommano i leghisti più altri euroscettici si arriva all’incirca alle stesse cifre. Ed è proprio questo il dato sorprendente. Più di vent’anni fa la stragrande maggioranza degli italiani era del tutto a favore dell’Europa. In Inghilterra, nel 1975, si tenne il referendum sull’Europa voluto da Wilson; vinse il Remain con oltre il 60 per cento. Ma successivamente in tutta Europa c’è stato un aumento dell’euroscetticismo. Sono ben pochi i Paesi dove una visione positiva è aumentata negli ultimi vent’anni.

La sinistra cosa può fare oggi per riformare questa Europa che è nata solo come unione mercantile?

L’Europa è stata fondata da conservatori: Schuman, De Gasperi e da Adenauer volevano un’Europa conservatrice cristiana. Tutto questo è cambiato molto lentamente. La sinistra che all’origine era contro l’Europa, negli anni, è diventata a favore. Questo è un punto cruciale. Ora cosa potrebbe fare la sinistra per riformare l’Europa? Quella inglese, purtroppo, non può fare assolutamente nulla. A meno che non succedano miracoli, purtroppo, saremo fuori dall’Europa fra sei mesi, forse con un periodo di transizione un po’ più lungo. Al momento quello che la sinistra può tentare, con Corbyn, è cercare di uscire dall’Europa con il minor danno possibile, con una soluzione tipo norvegese restando nell’unione doganale, forse anche nel mercato unico. Nonostante la straordinaria manifestazione che c’è stata temo che sia difficile un secondo referendum, sono piuttosto pessimista a questo riguardo. La sinistra inglese non è solo fuori dal governo ma è anche divisa: Jeremy Corbyn è sotto il continuo attacco dell’ala destra del suo partito, il Labour party. Ancora più diviso, comunque, è il governo conservatore, che versa in una situazione disastrosa.

La sinistra italiana (purtroppo disgregata) guarda con interesse a Corbyn e all’ala Momentum. Come è riuscito a coinvolgere le nuove generazioni?

Questa è stata una delle maggiori sorprese degli ultimi due anni. Quando nel 2015 il leader del Labour party Ed Milliband dette le dimissioni e si aprì la battaglia per la successione, nessuno pensava che Corbyn potesse avere una speranza, lui stesso non credeva seriamente di potercela fare. Ma c’è stata una svolta con un enorme aumento degli iscritti. Oggi come oggi il Labour è il più grande partito di sinistra in Europa, nonostante sia stata fatta una serrata campagna contro il suo segretario, Jeremy Corbyn con assurde accuse di antisemitismo. Gli opinionisti del Guardian dicevano che lui era ineleggibile. Invece lo spostamento di voti a suo favore è stato il più grosso dal 1951, un’onda molto più grande di quella che sostenne Blair. Jeremy Corbyn è stato duramente attaccato ma non c’è stato un dibattito sulle politiche che ha portato avanti, per il disarmo nucleare e per il superamento di Trident, per la nazionalizzazione delle ferrovie che versano in uno stato disastroso e su cui sta raccogliendo molto consenso.

Proprio queste battaglie ne hanno fatto un leader anche oltre i confini nazionali.

La popolarità di Corbyn andrebbe considerata in un contesto europeo, là dove c’è una spinta a cambiare le cose. Purtroppo al momento la voglia di cambiamento viene intercettata e cavalcata dalle destre. Assistiamo alla crescita di partiti di destra e all’affermazione di altri che si dicono né di destra né di sinistra come i Cinque stelle. In Francia la destra guidata da Marine Le Pen è ormai al 30 per cento, mentre il vecchio partito socialista è ridotto al 6. In Germania, con le ultime elezioni, Merkel si è attestata sulle percentuali più basse della storia della democrazia cristiana tedesca. Potremmo fare tanti altri esempi. Sembra che lo Zeitgeist stia andando verso questo tipo di politica che ha gestito l’Occidente dal 1945 in poi. Riguarda anche gli Stati Uniti: Trump non è un presidente “normale”, non è neanche un classico repubblicano. È uno che non era mai stato eletto. Non era mai accaduto in precedenza. Reagan, dopo tutto, era stato prima eletto governatore della California. Ancora non riusciamo a capire dove, di questo passo, andremo a finire. Su questo ho scritto un libretto che uscirà in Italia a febbraio: riprende una frase famosa di Antonio Gramsci sui fenomeni morbosi che emergono nei periodi di crisi quando il vecchio mondo sta sparendo e il nuovo non è ancora arrivato. “Sintomi morbosi” è un’espressione che , a mio avviso, descrive bene il momento che stiamo vivendo. È molto difficile fare delle previsioni. Da storico non mi azzardo, già è abbastanza complicato capire quel che è successo nel passato.

Leghisti e grillini usano la parola popolo come se indicasse l’intero della popolazione italiana. In nome del popolo prendono provvedimenti xenofobi, come il decreto sicurezza e immigrazione, che contiene misure di repressione della protesta sociale, minacciano la stampa. Lei ha scritto un libro su Mussolini, Salvini cita spesso il duce. Come vede questa deriva?

Non c’è il minimo dubbio che sia molto pericolosa. È inquietante che si riprendano slogan del passato. Anche in Inghilterra i conservatori parlano di decisione del popolo inglese “dimenticandosi” che si tratta della decisione del 52 per cento, non del popolo britannico. Anche avere una visione se non positiva, ma non del tutto negativa di un passato che era considerato negativo per molti anni è un bruttissimo segnale. Basti dire che in Svezia, storicamente il paradiso della democrazia, il 17 per cento ha votato per un partito che ha origini di estrema destra. In Germania, che ha vissuto il nazifascismo e che lo considerava un tabù, un partito di estrema destra ha fatto passi giganteschi. Tutto questo indica, appunto, che siamo in mezzo a una situazione allarmante.

L’intervista di Simona Maggiorelli a Donald Sassoon prosegue su Left in edicola dal 26 ottobre 2018


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