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Il nome trae in inganno. Perché “I giardini”, induce a facili promesse di bellezza e benessere quando, a Basatheen, la cosa più simile all’Eden è l’unico melograno rachitico piantato all’interno del cortile della scuola del quartiere. Il resto – in questo slum periferico della città di Aden, la perla dello stretto di mare di Baab al Mandab, e oggi capitale della Repubblica dello Yemen devastata dalla guerra, in un Paese sfilacciato e ridotto a brandelli dalle centinaia di milizie che lo controllano palmo a palmo – è fogne a cielo aperto che si confondono con l’acqua piovana in una melma di difficile definizione, discariche di rifiuti ad ogni angolo di strada, costruzioni sbilenche e mai portate a termine se di muratura, baracche di lamiera, tende. La guerra ha dato il colpo di grazia al quartiere, occupato nel 2015 dalle milizie del Nord, gli Houthi, che lo hanno usato per tre mesi come avamposto per le loro incursioni violente in città.

In questo collage della povertà vivono – non registrate definitivamente – circa 7mila persone, la maggior parte delle quali rifugiati somali in Yemen, arrivati qui anche più di vent’anni fa a causa della guerra civile somala, una percentuale minore di migranti di etnia oromo dall’Etiopia, rifugiati da Gibuti e alcune famiglie beduine yemenite, che non si integrano né con i vicini né con gli yemeniti che vivono nella città, quella degli shop e delle auto nuove di zecca, fuori da questo Eden mancato.

Odei al-Qadhi, medico yemenita trentenne che qui a Basatheen è project manager Dafi (Albert Einstein german academic refugee initiative) per la Ong Intersos e individua giovani della comunità somala meritevoli di borse di studio, cerca di andare ancora…

Il reportage di Laura Silvia Battaglia da Aden prosegue su Left in edicola dal 26 ottobre 2018


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