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Autore da un milione di libri venduti Yu Hua è una delle voci più schiette e originali della Cina di oggi. Da sempre impegnato sul fronte della denuncia sociale è autore di romanzi come Vivere! da cui è tratto l’omonimo film di Zhang Yimou e come lo spiazzante Il settimo giorno in cui il protagonista riceve una telefonata dall’obitorio che lo redarguisce perché in ritardo all’appuntamento per la sua cremazione. Un romanzo surreale dal quale emerge un crudo ritratto della Cina di oggi dove le disuguaglianze sociali e il denaro fanno la differenza anche da morti. Vincitore del Premio Bottari Lattes Grinzane 2018 con il nuovo libro Mao Zedong è arrabbiato, verità e menzogne dal pianeta Cina (Feltrinelli) Yu Hua è in questi giorni in Italia per un lungo tour nelle università. Grazie alla traduzione di Silvia Pozzi durante la serata di premiazione a Monforte d’Alba abbiamo avuto la possibilità di rivolgergli qualche domanda. A cominciare da un passaggio fulminante del suo nuovo libro in cui Yu Hua sintetizza in poche battute più di cinquant’anni di storia cinese.

Quando c’era Mao, lei racconta, i giovani parlavano di lotta e rivoluzione, durante gli anni Ottanta le parole d’ordine erano amore e carriera. Oggi, donne e denaro. Mao si rivolta nella tomba?

Durante la rivoluzione culturale Mao avrebbe dato un buffetto e un abbraccio ai bambini che gli dicevano le parole giuste, lotta e rivoluzione. Se fosse vivo, cosa direbbe a chi inneggia a belle donne e denaro? Li metterebbe in galera.

In Cina oggi esistono le classi ma c’è lotta di classe?

Quando io ero piccolo non si parlava né di classi né di lotta. Oggi le classi ci sono, eccome, e sono anche parecchio frastagliate, con grandi differenze l’una dall’altra. C’è sempre più distanza fra ricchi e poveri, lo si vede in maniera sempre più netta. La realtà della Cina è sempre più simile a quella dell’Occidente. Adesso c’è lotta sociale.

In Occidente si discute molto di diritti umani in Cina, c’è anche un problema di diritti sociali?

Tutti i problemi cinesi sono eminentemente sociali. Non molto tempo fa in rete un degente che era stato in ospedale scrisse un post stigmatizzando i costi esosi dei pasti alla mensa ospedaliera. Denunciava il fatto che fosse ingiusto che in ospedale si pagasse così tanto per mangiare. Morale della favola, la polizia dopo aver intercettato questo post, l’ha preso, l’ha arrestato e lo ha tenuto in galera per 15 giorni. Va detto però che non si tratta di un’azione del governo cinese. Questo episodio nasce dalla collusione fra i vertici della dirigenza dell’ospedale e la polizia locale, nasce dai loro rapporti personali. Ribadisco, questo tipo di corruzione che ha portato all’imprigionamento di quest’uomo non dipende dal governo nazionale. Questo esempio molto concreto è per spiegare che spesso i malanni della società cinese, le cose terribili che succedono, non sono frutto del governo ma di scelte dei governi locali che determinano problemi sociali. I piccoli potenti locali si sentono in diritto di intervenire anche infrangendo la legge.

Un’ampia parte di questo suo nuovo libro, frutto di articoli pubblicati sul Time e sul New York Times, è dedicato alla libertà di espressione. Lei ricorda quando, da bimbo, per la prima volta lesse un libro proibito, Le 25 storie illustrate. Oggi la censura ha molte facce, lei scrive. Qual è l’aspetto più irritante, più preoccupante, con cui ci si scontra più spesso?

Personalmente non mi causa nessun tipo di problema. La censura in Cina a volte è una cosa complicata a volte è semplicissima. Se parli della rivoluzione culturale puoi scrivere quello che ti pare in un libro, ma film non ne puoi fare su questo argomento. Sai che ci sono temi che non puoi toccare come il massacro in piazza Tienanmen. Ecco perché il mio libro La Cina in dieci parole non è stato pubblicato in Cina e l’ho dovuto pubblicare a Taiwan. Lì io parlavo di piazza Tienanmen, per questo non è potuto uscire. Questo mio nuovo libro è una raccolta di articoli che ho scritto specificamente per i lettori stranieri. Insomma so cosa possa fare e cosa no, così faccio quello che voglio. Quando scrivo qualcosa che non può essere pubblicato nel mio Paese, detto fatto, lo pubblico a Taiwan. Oppure lo pubblico in Italia come Mao Zedong è arrabbiato.

Qualcosa sta cambiando anche a Hong Kong, per la prima volta un giornalista straniero è stato espulso.

Sì c’è un cambiamento in questo senso. Più andiamo avanti più Hong Kong assomiglia alla Cina continentale. Oramai quasi tutte le testate hongkonghesi sono di proprietà del partito comunista cinese. Oggi se vai ad Hong Kong e compri un giornale oppure se lo compri in Cina, qualsiasi testata tu scelga, non trovi nessuna differenza di sapore o di orientamento. E mi sa tanto che fra 50 anni anche i giornali italiani saranno di proprietà del partito comunista cinese…

Un aspetto interessante della Cina è l’ateismo: quella cinese è una cultura millenaria libera da ogni fondamento metafisico. Appare come una grande libertà di pensiero. Sta cambiando qualcosa, visti gli accordi con il Vaticano?

A quanto pare i rapporti fra Cina e Vaticano stanno diventando un po’ più sciolti. In tutto il mondo preti, prelati, membri della gerarchia religiosa sono scelti dal Vaticano. In Cina a decidere chi fa cosa e chi occupa posti di potere per quanto riguarda la Chiesa cattolica non è il Vaticano, ma il partito comunista cinese.

Nonostante certi nodi si stiano sciogliendo questo rimane un punto fondamentale. Un punto su cui la tensione è alta perché nessuna delle due autorità vuole recedere e concedere potere all’altro. Quindi (accenna ridendo, ndr) il fatto che recentemente i rapporti si siano distesi non sarà perché i prelati del Vaticano si stanno iscrivendo al partito comunista?

Parlando ancora di questioni internazionali in Africa vediamo in azione il soft power cinese che porta nuove infrastrutture e sviluppo o si tratta piuttosto di nuova forma di colonialismo?

Credo che sostanzialmente l’obiettivo sia la ricchezza del sottosuolo, le mire della Cina riguardano la grande potenzialità e ricchezza del continente africano. Secondo me non ci sono in ballo la politica o altre questioni, la cosa fondamentale è l’economia.

A sei anni da La Cina in dieci parole qual è la parola chiave per capire la Cina di oggi?

L’ho scritto in quel libro (pubblicato nel 2012 da Feltrinelli, ndr) e lo ripeto oggi, la parola per fotografare la Cina è cambiamento, vale ancora in questo momento. La parola è cambiamento

L’intervista di Simona Maggiorelli a Yu Hua prosegue su Left in edicola dal 26 ottobre 2018


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