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Hanno in tasca la ricetta giusta per il riscatto. Sono un’avanguardia. Sono quel pezzo di Bel Paese che resiste, nonostante si trovi sperduto tra i monti e le colline, tra i borghi e i fiumi. Un quarto della popolazione e tre quinti del territorio. Sono 2 milioni di persone che vivono su 51mila chilometri quadrati, in Comuni interni, distanti, periferici, isolati, luoghi aspri, incontaminati. Comuni italiani, piccoli sì. Ma rivoluzionari. Dalla Val Bormida all’Alta Irpinia, dall’Alta Marmilla al Gran Paradis, dall’Oltrepo Pavese al Basso Sangro, dall’Alta Carnia alla Grecanica.

E mentre c’è chi divide et impera, questi frammenti sparpagliati d’Italia, da nord a sud, si uniscono per risolvere problemi: spopolamento, consumo distruttivo del suolo, indebolimento dei servizi per la salute, l’istruzione, la mobilità e la viabilità. Settantadue aree progetto, autorganizzate, una media di quindici comuni ad area, 30 mila abitanti ciascuna. Un metodo di fare politica, sul posto, per i territori. I funzionari pubblici hanno percorso in autobus e treno più di 60 mila chilometri di strade, stradine, ferrovie, fra le Alpi, negli Appennini, dentro le Isole, per confrontarsi con cittadini. Aree interne, a rischio desertificazione ma con grandi possibilità di crescita, spesso virtuose e legate a distretti importanti. Che hanno deciso di sperimentare soluzioni alternative con un metodo nuovo, partendo dal basso: ascoltando, collaborando, costruendo, condividendo. Una risposta all’antipolitica. Sostenuta dalla collettività e guidata dalle idee. Importante non solo per le risorse pubbliche che trasferirà, ma perché è capace di mettere al centro persone, bisogni e aspirazioni.

E questi sindaci, che fanno parte della Strategia delle Aree interne, ci hanno messo la faccia, con un unico pensiero fisso: le loro comunità, i loro compaesani. Per i loro concittadini sono solo Maria Antonietta, Enrico, Pasquale, Giuseppe. Per l’economista, ex ministro, Fabrizio Barca: «Sono primi cittadini che hanno sperimentato che non esistono eventi ingovernabili. I terremoti, lo spopolamento, l’allontanamento dei servizi, si governano eccome. Certo con dei processi, fissando degli obiettivi, usando un linguaggio accogliente e propositivo. Con al centro una grande idea, unica e ribelle: combattere uniti per restituire il domani ai nostri figli. Ed è davvero dirompente e sorprendente, per il nostro Paese, che 1.077 sindaci, abbiano scelto di venire rappresentati da settantadue. Senza che una legge li obbligasse a farlo». Senza sussidi compassionevoli, ma solo con progetti, per rigenerare cultura, per inventarsi un futuro. Settantadue sindaci che si sono presi in carico di “cambiare” il nostro Paese. Le loro storie sono un bene comune.

E vediamole queste storie. Che non raccontano solo la conservazione dell’esistente, ma la ricerca di risposte contemporanee. Trenta strategie giunte a termine, 530 milioni di euro chiusi. Dagli asili creativi al ripristino dei centri della salute. Dai servizi scolastici ai servizi informativi. Il tutto discusso e partecipato, come si farebbe al bar della piazza. «È una storia di comunità. È una storia nata grazie a una strategia di medio e lungo termine», racconta Maria Antonietta Di Gaspare, sindaco di Borbona (nel reatino, ndr). Una furia della natura, che nel 2016 dovette affrontare la dura stagione del terremoto. Nel suo paese il 50% degli edifici sono stati lesionati, nel centro storico il 90%. Ma lei non si è mai arresa e nel 2017 invitava i turisti con un’Ansa «a prendere il caffé a Borbona». «Dopo il sisma abbiamo ripensato a noi stessi. La prima risposta al terribile evento è stata: ricostruire la comunità. Ma quello che farà la differenza non sarà tanto la ricostruzione materiale, quanto il mantenimento di questo senso di appartenenza. Oggi abbiamo un foglio di carta bianca su cui scrivere la nostra storia. Se ne saremo capaci, scriveremo una grande storia. Non dobbiamo avere paura di fare scelte coraggiose. Così abbiamo deciso di ridisegnare il nostro paese. In parte è un tradimento, in parte gli regala un futuro». Così nella maggior parte dei casi sono stati proprio i cittadini a mettere la prima pietra. Perché l’unico strumento vero che ha in mano un sindaco è la comunità.

Poi c’è Mario Talarico sindaco di Carlopoli, 1.500 abitanti, capofila dell’area distribuita tra le province di Cosenza e Catanzaro, oltre 22mila abitanti. Qui c’è stato un calo demografico consistente. «Sono stato spinto dalla voglia di riscatto del territorio, ho 38 anni e non voglio che i miei coetanei emigrino. Allora abbiamo deciso di impegnarci per non far sparire questi paesi che hanno una storia, che hanno una qualità di vita eccellente: qui i bambini crescono meglio, i giovani sono più liberi, gli adulti hanno più incontri sociali. Con gli altri sindaci abbiamo avviato il discorso dell’accoglienza dei migranti. I nostri progetti si svolgono tutti nei centri urbani, dando la possibilità ai migranti di integrarsi nella nostra comunità. Così abbiamo dato ossigeno ai nostri paesi, sia a livello di “movimenti” che economico».

Poi c’è il territorio compreso in gran parte nel Parco nazionale del Gran Paradiso, Valle d’Aosta, che si sviluppa fra i 672 e i 3.442 metri di altitudine. Dal fondovalle della Dora Baltea sino al ghiacciaio dello Chateau-blanc. A capo Mauro Lucianaz, il sindaco di Arvier, che però non fa parte dei comuni selezionati. Lui lavora prevelentemente per gli altri. «In Strategia c’è la scuola – spiega -. Le nostre scuole sono bilingue (italiano e francese): vogliamo far sì che qui si insegni anche l’inglese, equiparandolo alle altre lingue. Per far questo ci vuole una grande formazione degli insegnati e in Strategia è prevista. Stiamo studiando, visto il luogo meraviglioso in cui viviamo, scuole innovative e all’avanguardia che possano attrarre anche nuove famiglie nel territorio. Magari stanche della grande città ma che qui trovano anche la possibilità di scuole d’eccellenza. Come la scuola all’aria aperta. Cioè per noi è importante il turismo, ma ancora di più gli abitanti del territorio».

Giuseppe Germani, sindaco di Orvieto, referente del sud-est Orvietano, racconta la sua sfida. «Questo territorio deve diventare un hub turistico. Ecco perché stiamo lavorando per mettere in rete tutte le aree archeologiche, le aree di interesse naturalistico, i beni e i servizi. Un altro obiettivo è la mobilità dolce, quella elettrica, con tre punti di ingresso ad Attigliano, Orvieto, Fabro. Il turista arriva, lascia, prende macchine e scooter elettrici, e da lì può vivere il territorio».

«Le aree interne devono tornare ad essere centro», lo spiega così Enrico Bini, sindaco instancabile di Castelnovo ne’ Monti, polo dell’area dell’Appennino reggiano. «Noi abbiamo un istituto scolastico con 1.200 ragazzi che arrivano anche dalle province appenniniche. Da noi esiste già un progetto in cui scuola e impresa attraggono nuova popolazione. Abbiamo istituito laboratori e corsi che avvicinano i ragazzi all’enograstronomia e alla meccatronica. Poi ci sono alcuni imprenditori che hanno sentito della Strategia e vorrebbero investire qui da noi. Stiamo investendo sui servizi alla comunità, l’ospedale è lontano ma abbiamo previsto l’infermiere di comunità che sia in rete con gli altri servizi, come assistenti sociali e ospedali. Ora la nostra battaglia è sul punto nascita chiuso l’anno scorso. Perché eravamo sotto i parametri dei 500 parti. Numeri su numeri. Abbiamo dichiarato guerra allo spopolamento, ma qui non nascono più bambini. Vorremmo uno stop a quel concetto in cui la valutazione del mantenimento di servizi e funzioni sui territori è fatto in base a parametri numerici di affluenza e utilizzo. Parametri che ovviamente in fase di calo della popolazione sono impossibili da sostenere. Sono anche queste politiche per la crescita».

Poi c’è il sindaco Giuseppe Purpora di Grammichele, siciliano, area Calatino. Quel sindaco che ha concesso cittadinanza onoraria ai bambini stranieri. A quei bambini e ragazzi, nati in Italia e residenti a Grammichele. Riconoscimento che ha valore solo simbolico, ma che tuttavia rappresenta una netta e coraggiosa presa di posizione. «Stiamo rafforzando il tessuto produttivo, con la specificità della ceramica di Caltagirone, su cui puntare con decisione come punto di forza dell’intero territorio, attraverso la copertura dell’intera filiera produttiva, tra cui imballaggio e logistica. Puntiamo inoltre sul rinnovamento dell’offerta sanitaria anche attraverso la deospedalizzazione».

E Flavia Loche, sindaca di Tonara nel nuorese. Paese di 2 mila abitanti, provvisto di teatro, cinema da prime visioni, servizi per le famiglie e anziani. «Noi puntiamo sulla risorsa bosco, che riguarda anche le energie rinnovabili. L’ambiente è il nostro punto di forza, anche sanitario. I nostri paesi sono stazioni climatiche molto ambite. I minatori della Sardegna, ma anche di tutta Italia, venivano qui almeno un mese a depurarsi. Con i soggiorni pagati dall’Inail».

Per approfondire, scarica Left del 12 ottobre 2018


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