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Certo è spettacolare la presa in ostaggio dentro un ufficio postale: ha tutte le caratteristiche per meritarsi una diretta a reti quasi unificate, squarciare l’impaginazione compita di tutti i quotidiani e contemporaneamente alimenta anche la fame di clic. Tutto perfettamente cinematografico, roba da film: il cattivo che fa il cattivo, innocenti persone travolte dalla follia, le telecamere ben appostate e tutto il resto.

Eppure, c’è da scommetterci, a mamma ‘ndrangheta il gesto di Francesco Amato non avrà sicuramente fatto piacere: anni e anni passati a sommergersi, tutto questo tempo per normalizzare (con tragico successo) la propria presenza sul territorio, un gran daffare per riuscire a fare passare quasi indisturbato un processo che avrebbe dovuto essere uno spartiacque per la consapevolezza della criminalità organizzata al Nord e poi arriva quello schifoso di Francesco Amato che rovina tutto.

Così magari ora qualcuno (anche tra i formidabili ministri) si accorgerà che dopo due anni di udienze si è concluso in primo grado un processo che ha visto 224 indagati, 160 arrestati di cui 117 in Emilia Romagna (dove la mafia non esisteva, ovviamente, per diverse parti politiche), e 54 presunti mafiosi. La sentenza di rito abbreviato aveva condannato già 40 persone mentre quella di quattro giorni fa registra 118 condanne per oltre 1200 anni di carcere. Un maxiprocesso vero e proprio che ha certificato una volta per tutte che non è vero (come si affrettarono a dire in molti, tra politici, imprenditori e associazioni di categoria) che in Emilia Romagna esistano fenomeni mafiosi ma piuttosto che esiste un vero e proprio sistema che opera al Nord esattamente come al sud, coinvolgendo la massoneria, pezzi di magistratura, professionisti, mass media, amministratori, pezzi di Chiesa. C’è la struttura gerarchica con un vero e proprio direttorio (Diletto Alfonso a Brescello, Sarcone Nicolino a Reggio Emilia, Lamanna Francesco a Mantova e Cremona, Villirillo Antonio sostituito poi da Gualtieri Antonio a Parma e a Piacenza e Bolognino Michele a Modena), ci sono gli imprenditori (quelli che avrebbero voluto passare per onesti lavoratori del nord e invece bussavano alla porta della mafia per ottenere liquidità e recupero crediti) e poi c’è la sottovalutazione generale, la minimizzazione di questi mesi e i soliti canoni dell’indifferenza che tornano sempre comodi alle mafie. Volendo esagerare c’è anche il campione del mondo: Vincenzo Iaquinta è stato condannato a due anni per porto abusivo d’armi e suo padre di anni se n’è presi 19 con l’aggravante mafiosa.

Eppure il ministro Salvini, sì, sempre lui, sul processo Aemilia non ha trovato il tempo di fare un misero tweet. Ci dice che gli fa schifo la mafia ogni volta che arrestano un pesce (anche piccolo) nel profondo sud ma non trova mai slancio per parlare di mafia al nord. Mai. E poi c’è la curiosità: ma se Francesco Amato vuole parlare (proprio come nei film) con qualcuno dei capi poiché è convinto di avere ricevuto una condanna ingiusta perché non chiede del ministro alla Giustizia? Perché, se vuole parlare con un capo di governo, non chiede del presidente del consiglio Conte o del presidente Mattarella? Perché è tutto un continuo, lurido, film.

E invece la lotta alle mafie ha bisogno di studio senza proclami, di consapevolezza sociale prima che politica, di una cultura che non scelga di premiare i furbi e i prepotenti, di leggi ben fatte e di un’informazione che analizzi più che inseguire il clamore. Si scoprirebbe che in Emilia Romagna (come in ogni regione di ogni angolo di Italia) sono ostaggi della ‘ndrangheta da un bel po’. Mica solo nell’ufficio postale.

Buon martedì.

 

 

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