Condividi

“Mi chiamano cacca perché sono nera”. È accaduto a Napoli – ma poteva succedere ovunque – una bambina, nata dall’unione tra un italiano e una ghanese, è schernita a scuola. Quest’anima innocente torna a casa e chiede al suo papà: perché sono nata tutta marrone? A scuola mi dicono cacca, non voglio tutto marrone, voglio essere bianca come gli altri bambini. Così una bambina di soli quattro anni si è rivolta a suo padre. Il padre ha filmato il loro dialogo e a mio parere ha fatto bene poiché serve per sensibilizzare l’opinione pubblica sul clima di crescente intolleranza che attanaglia in nostro Paese. Da padre, mi è preso un senso di sconforto, mai avrei voluto vedere un video del genere, ma, sempre da padre, ho il dovere di affrontare questo tema e l’ho fatto il giorno stesso con mia figlia che di anni ne ha otto. A lei ho subito spiegato che non esistono più razze umane. La razza degli esseri umani è una sola. Allora lei mi ha chiesto perché la bambina del video fosse marrone e lei invece bianca? Gli ho spiegato che il colore della pelle è una caratteristica di quella bambina così come gli occhi a mandorla lo sarebbero per una bambina cinese. Non so se ha compreso, ma di sicuro ha affrontato un tema che alla fine gli si ripresenterà nel corso della sua esistenza.

Una cosa è certa, questo episodio ha certificato che il virus letale del razzismo continua a creare barriere insormontabili nella nostra società. Il nostro compito di genitori è di evitare che questo virus si rigeneri e si propaghi senza alcun controllo. Nel mio ruolo di direttore della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” abbiamo ritenuto assieme a tutti i membri di dover elaborare un progetto da portare nelle scuole d’Italia per combattere la diffusione delle discriminazioni. Il progetto dal titolo: “L’altro sono io”, avrà lo scopo di affrontare i fenomeni d’intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. Siamo convinti che la società civile possa e debba impegnarsi nell’educare le persone a non odiare il nostro prossimo. Soprattutto in un tempo come il nostro, in cui l’intolleranza ha trovato terreno fertile anche sulla rete.

A mio giudizio, è necessario far conoscere, per non far dimenticare, le innumerevoli vittime dell’odio anche nell’Italia fascista. Si sta respirando un’aria “pesante” e sta ricrescendo un’ondata di razzismo e d’intolleranza che va fermata in ogni modo. La conoscenza è l’antidoto più efficace al veleno del razzismo e oggi più che mai l’impegno all’insegna della legalità è indispensabile. Siamo convinti che la cultura e la conoscenza della storia evitino l’indifferenza che da sola è uno dei pericoli più nocivi per la nostra società. Staremo con i giovani contro la “esaltazione del nemico” inoculando il vaccino del senso di comunità, sostituendo e facendo comprendere l’importanza del noi in luogo dell’egoismo dell’io. I fenomeni connessi al razzismo – quest’ultimo episodio ne è la prova – stanno emergendo con forza e rischiano di essere legittimati come fatti incontestabili mentre nella realtà non lo sono per nulla. Il nostro traguardo, quindi, non può non essere quello di evitare il dominio della “cultura del nemico” sostituendolo con quello della solidarietà consapevole. In questo progetto – con nostra immensa gioia – saremo coadiuvati dalla senatrice Liliana Segre (fu tra i venticinque minorenni italiani sopravvissuti all’orrore di Auschwitz) e che in esclusiva per la nostra Scuola di Legalità ha scritto una lettera molto significativa che consegneremo direttamente ai ragazzi delle scuole dove ogni volta ci recheremo.

“Avevo otto anni ed ero una bambina, famiglia italiana da generazioni e generazioni. Facevo parte di quella minoranza di cittadini italiani di religione ebraica e all’improvviso, mi dissero che non potevo più andare a scuola. Era l’estate del 1938, avrei dovuto iniziare la terza elementare… io mi sentivo così uguale alle altre bambine, venivo da quel momento considerata una diversa senza capire il perché”. Questi pensieri di oltre ottanta anni fa sembrano attualissimi e questo mi porta a convincermi che sia giunto il momento di prendere una posizione netta: non è più possibile restare immobili o peggio indifferenti. Questa è una società ingannevole, che recita un copione scritto da altri per cui bisogna che gli intellettuali di questo Paese comincino a schierarsi nettamente in favore della verità contenuta peraltro nella realtà storica. Attenzione a non seguire i “cattivi maestri” poiché sui fatti vi è una ignoranza fisiologica che bisogna evitare ad ogni costo.

È indispensabile andare in mezzo ai giovani e poter parlare, spiegare, farsi capire dando loro la possibilità di una scelta libera e consapevole. Per parlare alle nuove generazioni occorre l’impegno di persone imparziali e credibili, la via maestra dunque è sempre quella della cultura. La Costituzione sarà la nostra guida in questo difficile cammino. Fare promozione, educazione, dimostrare quanta positività ci può essere in chi è odiato, per stimolare al rispetto nei loro confronti. Conoscere i fatti per non ricadere negli errori del passato questo sarà il vessillo che porteremo alla nostra gioventù. Afferreremo per mano tutti i ragazzi che vorranno ascoltarci, non parlando di morale, teologia, filosofia, ma di storia e di Costituzione. La memoria storica e la nostra Carta costituzionale ci permetteranno di comprendere e di conoscere, facendoci operare una scelta libera e consapevole. Proveremo ad evitare che la nostra gioventù possa essere inconsapevolmente indottrinata alla cultura del nemico e dell’odio.

Vincenzo Musacchio è giurista e direttore della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise

Commenti

commenti

Condividi