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«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Così la Costituzione antifascista, ad incipit dell’articolo 21. Che poi prosegue: «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

La libertà di stampa ha un’importanza vitale per la democrazia. Anche il presidente della Repubblica Mattarella ha sentito la necessità di ribadirlo già in due occasioni in quest’autunno contrassegnato da una ridda di attacchi a chi fa informazione da parte di ministri e portavoce di governo. Sempre più colleghi che lavorano ad inchieste scomode subiscono perquisizioni e intimidazioni. Sempre più sono le querele intimidatorie che colpiscono anche chi fa satira, come denuncia Vauro con un suo corsivo su Left.

Un giornalismo autorevole, basato sulla verifica delle fonti, sulla ricerca della verità e dell’approfondimento, apre la strada a una discussione pubblica sul senso di ciò che accade. Che il mondo dei media si articoli in una pluralità di voci, è fondamentale per ampliare l’opinione pubblica informata, attiva, critica, capace di non lasciarsi abbindolare dalle fake news e dalla propaganda.

«Conoscere per deliberare», diceva non un comunista, ma il liberale Luigi Einaudi. Ma tutto questo oggi non aggrada ai picconatori della democrazia rappresentativa. Dando uno sguardo alla storia vediamo che regimi fascisti e teocratici da sempre usano la censura e l’olio di ricino contro chi osa pensare liberamente. Ma anche i governi populisti se la prendono con chi fa informazione. Alla dialettica e al confronto preferiscono la demagogia, le arringhe dai balconi, puntano a far fuori ogni fastidiosa intermediazione per parlare direttamente alla cosiddetta pancia della gente, a chi ha meno strumenti, ai delusi di un centrosinistra barricato ai Parioli, a chi, anestetizzato da trent’anni di tv commerciali, è disposto a bersi la politica-spettacolo propalata dalla piattaforma Rousseau (vedi Left del 2 agosto 2018, Eclisse di democrazia).

«Pennivendoli e puttane», «Infimi sciacalli», tali sono i giornalisti secondo esponenti di primo piano del M5s come Di Battista e come il ministro e vice-premier Di Maio (che così facendo accusa se stesso visto che il suo nome compare nell’elenco pubblicisti dell’Ordine della Campania). Perfino l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, questa volta, ribadisce «l’esigenza di un’informazione libera, pluralista, rispettosa della dignità delle persone, del ruolo delle forze politiche e dell’autonomia professionale dei giornalisti». «Ogni attacco agli organi di stampa rischia di ledere il principio costituzionale di libera manifestazione del pensiero, che è alla base del pluralismo dell’informazione e del diritto di cronaca e di critica» si legge in una nota dell’Agcom.

Tutt’altro che parte della casta (ormai moltissimi giornalisti in Italia vivono in condizioni di precariato estremo) redattori e freelance nei giorni scorsi sono scesi in piazza (#giùlemanidallinformazione) rivendicando il proprio diritto/dovere di informare. Giornalisti dalla schiena dritta, come scrive autorevolmente Antonio Cipriani in questo sfoglio, che vantano senso di responsabilità, passione per il proprio mestiere, aderenza totale al dettato costituzionale.

Personalmente ne conosco moltissimi che, investendo del proprio, “gambe in spalla” si recano sul posto, per capire il contesto, per comprendere cosa c’è dietro un fatto, una notizia, stando dalla parte di chi non ha voce. Ancora oggi in uno scenario di crisi che offre scarsissime opportunità di lavoro giornalistico retribuito, tantissimi sono i giovani che vanno nei territori di guerra e di crisi, per documentare, denunciare, con professionalità e senso di umanità e giustizia. Tanti sono quelli che si imbarcano con le Ong (criminalizzate da Minniti, Di Maio e Salvini) per raccogliere la voce di migranti che la politica disumana di oggi riduce a meri numeri; per scuotere l’opinione pubblica, per fermare la strage.

Con orgoglio pubblichiamo ogni settimana i loro reportage su Left, così come con orgoglio abbiamo partecipato alla manifestazione del 10 novembre che ha visto una pacifica e inarrestabile onda di persone fluire per le strade della Capitale, contro il razzismo, contro il decreto Salvini, contro le misure discriminatorie e repressive del dissenso sociale imposte da questo governo. Il clima festoso, la musica, i sorrisi, i cartelli parlavano da soli, come raccontano anche le foto riportare in queste pagine. Oltre 50mila persone sono arrivate a Roma da ogni parte d’Italia nonostante le forze dell’ordine abbiamo fermato pullman, identificato e schedato i manifestanti, ritardando il loro viaggio. (Hanno fatto lo stesso due settimane fa con i neofascisti che andavano a sfilare a Predappio?).

La manifestazione del 10, dopo il raduno spontaneo a Riace in sostegno di Mimmo Lucano, conferma che un’opposizione forte c’è in Italia, auto convocata, che non si fa confondere la testa. Chiede inclusione, più diritti sociali e civili ma anche più cultura e, anche per questo non può certo sentirsi rappresentata dal governo giallonero che – in linea con i precedenti – taglia i fondi alla cultura, de-finanzia la scuola pubblica, l’università, la ricerca. Gli attacchi a chi fa informazione e formazione vanno di pari passo alla denigrazione di scienziati e intellettuali (ultimo ma non ultimo il caso di Roberto Battiston rimosso dal ruolo di presidente dell’Agenzia spaziale italiana).

L’anti-intellettualismo, la diffidenza verso chi si dedica allo studio per la crescita culturale di tutti, l’ignoranza ostentata, la gara a chi ha meno titoli di studio caratterizzano tutti i movimenti conservatori e reazionari. Tenere «il popolo» all’oscuro è necessario perché sia completamente subalterno. Noi invece siamo tenacemente convinti che lo studio e la corretta informazione siano importanti e irrinunciabili strumenti di auto-emancipazione e di crescita culturale collettiva.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 16 novembre 2018


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