Condividi

Il tema non è quello del rapporto fra stampa e potere. In un’epoca di strisciante totalitarismo va affrontata la relazione fra il dissenso, le libertà democratiche con cui abbiamo per molto tempo vissuto e il Paese in cui ci ritroviamo in questo scorcio di ventunesimo secolo. L’epifenomeno è quello degli insulti volgari, sessisti e padronali rivolti da una classe dirigente inadeguata verso chi ha il diritto e dovere di informare. Prevale una sguaiatezza insopportabile per chi semplicemente segue un’inchiesta che riguarda un proprio esponente di rilievo, un approccio da tifoso ultras che ha ormai preso il sopravvento su gran parte della capacità di argomentare giudizi. La novità non consiste nell’insultare chi prova ad informare non soggiacendo alle logiche di potere. Questa è una costante di almeno trent’anni di vita italiana, con alti e bassi certamente, ma accentuata anche dalla velocità della rete, al punto che per diventare “notizia” si deve, ogni volta, alzare l’asticella dell’insulto, altrimenti si finisce nel dimenticatoio. L’attacco oggi è però più virulento e a farsene alfieri sono alcuni paladini dell’antipolitica. Privati di visibilità, a causa del monopolio dell’odio xenofobo e delle ricette securitarie, saldamente in mano ai “Salvini” di turno, impossibilitati a rendere realistiche le promesse elettorali, poco credibili nell’appropriarsi del marchio del “differenti perché onesti” ormai ampiamente decaduto, occorre all’oligarchia pentastellata un bersaglio nuovo. Una “nuova kasta”, su cui scaricare livore. Non più i politici, di cui rappresentano parte consistente, restano dunque i soggetti avversi, i sindacati, i corpi intermedi che reagiscono cercando di spiegare la complessità. Fra questi, una parte del mondo dell’informazione. Quale migliore occasione per…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 16 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi