Condividi

È da trent’anni, ormai, che il regista, artista e poeta Rithy Panh, è diventato il custode e l’aedo della memoria della Cambogia e degli orrori subiti dal suo popolo per mano dei Khmer Rossi, quando, occupata la capitale Phnom Penh il 17 aprile del 1975, il partito comunista diede ufficialmente inizio al temporaneo Stato della Kampuchea Democratica. Nei quattro anni che seguirono, prima della sua destituzione nel 1979, il regime mise in atto una pulizia etnica sistematica che, secondo le stime, costò la vita a un numero imprecisato di persone, compreso tra il milione e mezzo e i tre milioni. «Penso sia normale avere difficoltà a relazionarsi con tragedie di questa entità subito dopo la loro conclusione» dice Panh, autore di Graves without a Name presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. «Immediatamente dopo la Shoah, per esempio, non ci sono stati molti racconti al riguardo. Credo che lo stesso Primo Levi, inizialmente, avesse venduto pochissime copie rispetto al pubblico che ha poi avuto con Se questo è un uomo. Quindi è normale che passi del tempo prima di riuscire a rimettersi in sesto e, un po’ alla volta, imparare di nuovo a parlare, ad amare, a vivere. Perfino a gustare il cibo che si mangia. È stato colpito l’animo profondo dell’umanità, lasciando tantissime ferite. Ma credo valga la pena aspettare tutto il tempo necessario prima di riuscire a raccontare storie come faccio io con i miei film. Comunque vadano le cose sappiamo che la storia si ripete». Le “tombe senza nome” a cui Panh fa riferimento nel titolo del film sono quelle…

L’articolo di Marco Cacioppo prosegue su Left in edicola dal 23 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi