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Da Tangeri alla barriera dell’enclave spagnola di Ceuta, in territorio marocchino, corrono meno di 45 chilometri in linea d’aria. Poco meno di 30 tra la costa spagnola e quella della città portuale marocchina, dalla sabbia bianca dove nel 1957 Jack Kerouac in costume si fece ritrarre in fotografia con William Burroughs e Peter Orlovsky. È qui, in una foresta alla periferia di uno dei più affascinanti centri turistici del Marocco, che si nascondono centinaia, migliaia di migranti subsahariani.

Arrivano qui, si fermano in attesa di un posto su un barchino, ci vivono. Dormono a terra su materassi vecchi o una semplice coperta, intorno qualche vecchia pentola da riempire d’acqua piovana per lavarsi o cucinare un piatto caldo, i resti di un fuoco per scaldarsi di notte. E aspettano.

Dopo aver speso migliaia di euro per arrivare qui, nel profondo Nord africano, e mesi o anni di viaggio da Sierra Leone, Costa d’Avorio, Mali, Ghana, Burkina Faso aspettano di partire verso l’Europa. C’è chi raccoglie i soldi per l’ultimo pezzo di viaggio, elemosinando in città o accettando lavori a giornata per qualche spicciolo, chi ha già pagato e attende per il proprio turno e chi sta prendendo contatti con i trafficanti. I costi oscillano moltissimo, da 150 euro a 3mila per un posto in un barchino o un salto oltre la rete delle due enclavi spagnole di Ceuta e Melilla.

Così fortificate e militarizzate da aver spinto passeur e migranti a optare per lo Stretto di Gibilterra, un viaggio di 25-26 chilometri, circa cinque ore. Da Tangeri nei giorni di cielo sereno si vede l’ambita Europa.

Una tratta relativamente breve, ma comunque pericolosa: nel 2018, fino al 21 novembre, sono morti in quel pezzo di mare 631 persone (dati Oim). Tra questi…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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