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Marc Bloch, storico e partigiano francese, ha scritto che ogni lettore di Dumas è forse uno storico in potenza. In questa affermazione mi pare si possa intravedere un senso del fare storia che tiene insieme due principi imprescindibili: la ricostruzione delle storie degli uomini richiede, insieme ad una precisione metodologica, un plus di fantasia, di sforzo immaginativo, di poesia, per arrivare al fondo delle questioni, per non limitarsi a sorvolare la superficie placida del mare senza azzardare il tuffo. In aggiunta lo storico deve saper parlare a tutti: alla società, alla cultura, ai curiosi, agli uomini, alla ricerca, offrendo dei romanzi veritieri che siano anche racconti di speranza. Una conoscenza che permetta di “vivere meglio”.
Bloch verrà fucilato dai nazisti nel 1944, ma l’idea di storia che aveva coraggiosamente proposto, insieme a Lucien Febvre e alla rivista Annales, diventerà il paradigma fondamentale di questa disciplina per tutto il secondo Novecento. Una storia che lascia da parte le vite di pontefici, re e cortigiani, per interrogarsi sul mondo vissuto, sul farsi del pensiero umano, in rapporto stretto con tutte le altre scienze umane, superando l’idiozia di steccati disciplinari dal sapore antico. «L’oggetto della storia è, per natura, l’uomo. O meglio: gli uomini. Più che il singolare, favorevole all’astrazione, il plurale, che è il modo grammaticale della relatività, conviene a una scienza del diverso», scrive Bloch in Apologia della storia.
In Italia, tra coloro che meglio interpreteranno questo orizzonte ideale, vi saranno gli esponenti della cosiddetta microstoria: Giovanni Levi, Carlo Ginzburg, Edoardo Grendi. Nata negli anni Settanta, questa corrente ha superato brillantemente una delle criticità emerse nella storia della mentalità delle Annales, ovvero aver astratto troppo lo sguardo, aver cercato il mutare del pensiero finendo con il formulare categorie o periodizzazioni troppo rigide, trascurando il vissuto concreto degli uomini. La microstoria riduce la scala: un singolo villaggio, un gruppo umano, un mugnaio possono essere storie che vale la pena raccontare. La lettura di queste vite può approfondire la conoscenza di un contesto e di un periodo.
Forse è sorprendente che nel 2018 un regista, Alberto Fasulo, abbia voluto recuperare una di queste vicende per trarne un film. Nasce così Menocchio, trasposizione cinematografica della storia che Ginzburg ha scoperto e raccontato nel suo famosissimo Il formaggio e i vermi, pubblicato nel 1976. L’immagine filmica ruvida, di chiaroscuri, di fiammelle tremule, di visi aspri in primo piano, restituisce…

L’articolo di Andreas Iacarella prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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