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È passata quasi in silenzio, il 2 dicembre, la Giornata mondiale per l’abolizione della schiavitù. Sono passati 69 anni, si era nel 1949, quando questo venne sancito dall’Assemblea generale della Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione. Entrata in vigore nella primavera successiva, ci vollero 16 anni, nel 1966, perché il Parlamento italiano la recepisse e la facesse propria nell’ordinamento. Un ritardo che dovrebbe far riflettere. Ma perché parlarne nel 2018? Forse perché nel 2018, a 70 anni dall’entrata in vigore della Dichiarazione universale dei diritti umani (10 dicembre 1948), un ragazzo del Gambia di 18 anni, rifugiato e accolto in Italia, finito a farsi sfruttare nei campi in Calabria e a dormire nella tendopoli di San Ferdinando, ha perso la vita nell’incendio della sua baracca. Perché quando fa freddo e ti devi riscaldare, spesso non hai modo di pensare alle precauzioni.
O forse perché dopo l’approvazione in Parlamento delle leggi razziali contenute nel dl 113 del ministro della ruspa, sono stati cacciati dai centri d’accoglienza migliaia di uomini, donne, bambini, ora senza prospettive e senza futuro. Senza il tempo neanche di trovare una soluzione provvisoria. Qualche caso di maggiore vulnerabilità ha creato indignazione come quello di Crotone, di una famiglia con un bambino piccolo e una donna al sesto mese di gravidanza. Tanti altri sono invece passati sotto silenzio. Penso alle retate fatte a Catania, nei centri di accoglienza del quartiere di San Berillo. Presi, portati in questura e convinti a firmare la disponibilità al “rimpatrio volontario assistito”. Come saranno stati convinti ad andarsene volontariamente? E mentre si dimentica l’abolizione del traffico di esseri umani si lasciano per giorni 12 persone, soccorse da un peschereccio, in balia dei marosi, solo dopo un lungo peregrinare si è trovata a Malta la disponibilità di un approdo per terminare l’odissea. Per fermare il traffico, si continua poi a sostenere gli schiavisti in Libia, lasciando fare ad altri il lavoro sporco. Chi, grazie alle missioni italiane ed europee, viene riaffidato alle “amorevoli cure” della cosiddetta Guardia costiera libica, conosce bene il destino che lo attende. Violenze, torture, lavoro schiavo e ricatto alle famiglie rimaste nei Paesi di origine, “o pagate o ammazziamo il vostro figlio, la vostra figlia”. E, restando in Italia – ma nel resto del continente le differenze sono labili – sempre in virtù delle leggi che dovrebbero far sentire le “nostre” città finalmente più sicure, si rende più difficile alle ragazze che arrivano dalla Nigeria sfuggire alla tratta, si riempiono i luoghi della miseria di persone in condizioni di totale insicurezza e vulnerabilità, ci si prepara a spendere milioni di euro per costruire Centri permanenti per il rimpatrio, ci si prepara, magari impugnando la croce e inchinandosi un momento dopo davanti ad un altare, a ordinare lo sgombero di stabili inutilizzati e occupati da famiglie senza casa, ad arrestare chi esprime dissenso, a vomitare parole d’odio dagli schermi Tv messi a disposizione. Si crea il caos per avere nuovi schiavi a disposizione, per il lavoro sfruttato, per il mercato del sesso, per la criminalità organizzata. E lo chiamano “decreto sicurezza” (diventato legge, con la firma di Mattarella). E il 2 dicembre ho risentito la voce di Mimmo Lucano, finalmente di un essere umano. Era indignato per le famiglie di Crotone, per le notizie che gli giungevano da tutta Italia, indignato e deciso ad agire, a non obbedire alle leggi ingiuste. E ci siamo ritrovati a parlare di quanto sia inaccettabile parlare, di fronte a tutto ciò di obbedienza. L’obbedienza non ha alibi, non offre attenuanti, non garantisce scontri. Mi diceva il sindaco che in questi giorni sta vedendo come fra le forze dell’ordine stia prevalendo la cattiveria, il sentirsi investiti del potere di fare ciò che si vuole contro chi si vuole. Obbediscono o sono parte attiva dell’ingranaggio crudele di un sistema autoritario?
Noi stiamo con Mimmo Lucano.

L’articolo di Stefano Galieni è tratto da Left del 7 dicembre 2018


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