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La chiamano la “kamikaze”. Halima Yakoy Adam vive in un’isola del lago Ciad. A 15 anni si sposa con un uomo che si arruola nel gruppo jihadista Boko Haram e la porta su un’altra isola, vicino al confine nigeriano. Il suo destino sembra segnato. Il marito la inganna e la “vende”. Viene costretta ad addestrarsi per diventare kamikaze. Era il 22 dicembre del 2015 quando viene drogata e spedita a farsi esplodere al mercato di Bol insieme ad altri terroristi. Al momento di attivare la cintura esplosiva Halima sceglie la vita. Sfila la cintura e la mette in una borsa della spesa. Durante l’esplosione degli altri kamikaze lei rimane gravemente ferita e le amputarono le gambe fino al ginocchio. Dopo un periodo di carcerazione e poi di riabilitazione, viene aiutata dalla sua comunità e rientra al villaggio sull’isola di Ngomirom Doumou.

Oggi Halima ha 19 anni e vive con le protesi che le permettono di camminare e di fare una vita normale. Da poco ha completato la formazione come assistente legale e si considera un “agente di cambiamento” che sensibilizza le sue “sorelle” contro il radicalismo e la violenza estrema. «Mi piace quello che sto facendo – ha detto Halima di recente all’Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) – non voglio che altre ragazze o ragazzi facciano i miei stessi errori e siano reclutati nell’estremismo e nella violenza». Halima ha scelto la vita. «Ho avuto una seconda possibilità – spiega – ora voglio restituire qualcosa alla mia comunità».

La regione soffre da anni le conseguenze della lunga campagna armata ad opera del gruppo terroristico Boko Haram. Nato nel 2009, ha creato il suo califfato nel nord est della Nigeria. Da allora la sua violenza si è estesa anche agli Stati confinanti che affacciano sul lago come Camerun, Ciad e Niger generando circa 2,4 milioni di sfollati.

A rendere ancora più drammatica la vita delle popolazioni del lago è…

L’articolo di Cristina Mastrandrea prosegue su Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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