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Se chiedete a qualcuno in Italia se conosce qualche famosa donna pakistana, non esiterà a nominare Malala Yousafzai, la più giovane premio Nobel per la pace della storia, Sharmeen Obaid-Chinoy, due volte vincitrice dell’Oscar per miglior cortometraggio documentario, Benazir Bhutto prima premier donna in un Paese musulmano, e Asma Jahangir, l’avvocatessa che è diventata la prima donna in Pakistan a ricoprire il ruolo di presidente della Corte suprema.

Se invece chiedete di nominare un famoso uomo pakistano, faranno fatica a pensare anche ad un solo nome. Eppure, l’immagine che le persone in Italia hanno del Pakistan e delle sue donne è comunque quella costruita intorno ai casi di violenza contro le donne, che le mostrano come deboli vittime, abusate e torturate sia fisicamente che mentalmente da famiglie patriarcali e una società complice.

La donna pakistana è spesso considerata repressa, silenziosa e con un ruolo passivo in un destino che non la vede protagonista. Se questo è ancora vero per molte donne, specialmente quelle appartenenti alle classi sociali più basse, le meno istruite e quelle che abitano nei territori rurali del Paese, c’è una classe media in fermento, con sempre più voglia di sfatare i tabù, sfidare gli equilibri, riappropriarsi degli spazi pubblici.

Sono infatti poche le donne che si avventurano nei luoghi pubblici, per paura di essere importunate, molestate o giudicate dagli sguardi di uomini e le vecchie generazioni.

È per cambiare questo status quo che un gruppo di ragazze ha deciso di creare il movimento Girls at Dhabas. I dhabas sono…

L’articolo di Sabika Shah Povia prosegue su Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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