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Tra quelle impegnate nel volontariato – pari al 40 per cento – e quelle operanti in ambito culturale, le associazioni dei migranti a Roma sono tante, vitali e, la metà di queste, presenti da decenni. Destinate a crescere se si considera che il 94 per cento di loro è composto da migranti di prima generazione e ben undici realtà sono costituite da seconde generazioni. Alcune di notevoli dimensioni, circa il 40 per cento è iscritto ai registri pubblici, si autofinanziano o ricorrono a sistemi di raccolta fondi, riuscendo solo raramente ad accedere a finanziamenti pubblici.
Orientate all’operatività – con scarso interesse per la visibilità dei loro risultati -, le associazioni dei migranti hanno, in genere, specifiche finalità, prima tra tutte approntare interventi in ambito internazionale per promuovere attività di cooperazione con il paese d’origine. Senza trascurare, però, la dimensione locale sia portando avanti iniziative orientate all’interno delle comunità migranti – come il mutuo aiuto o il rafforzamento dei legami comunitari – sia all’esterno, verso l’integrazione e per il dialogo interculturale. Quelle di seconda generazione, poi, perseguono anche finalità politiche, battendosi per il riconoscimento della cittadinanza ai figli degli immigrati.
Tutte promuovono i diritti civili e la tutela legale attraverso lo svolgimento di attività comunicative e pratiche, soprattutto con l’apertura di sportelli di segretariato sociale, di assistenza nelle trafile amministrative e per l’accompagnamento ai servizi vari. Perché, stando alla mappatura delle centonovantasette associazioni presenti nell’area metropolitana di Roma, effettuata, tra marzo 2017 e marzo 2018, dalla ricerca L’associazionismo dei migranti nell’area metropolitana di Roma, il principale obiettivo delle associazioni di stranieri è l’inclusione sociale, insieme alla promozione della conoscenza, e la positiva interazione tra società di accoglienza e comunità migranti attraverso attività interculturali “per combattere i pregiudizi che, troppo spesso, caratterizzano il tema dell’immigrazione”.
Spesso nascono in coincidenza di eventi traumatici che interessano i paesi di appartenenza come reazione spontanea alla diaspora, desiderose di portare un contributo concreto ai concittadini (lontani) mentre alcune si costituiscono per mettere in rete una molteplicità di organizzazioni migranti creando “movimenti come contenitori di associazioni”. Nella maggior parte dei casi, a titolo volontario: sebbene abbiano a che fare con target specifici in cui sono particolarmente a rischio i diritti fondamentali, possono contare sul sostegno di pochi professionisti, eccezion fatta per i mediatori linguistici.
Difficile retribuire il personale per la carenza di risorse economiche che impedisce, pure, il reperimento, a prezzi accessibili, delle sedi: una criticità percepita come limitante per lo sviluppo delle associazioni. E non a torto. Perché la loro crescita risulta problematica relativamente: alla gestione finanziaria e amministrativa; alla progettualità, soprattutto per la difficoltà ad accedere a finanziamenti e prestiti, a costruire parternariati su base paritetica e non penalizzante e a scrivere progetti; alla comunicazione sia con le istituzioni sia con il territorio; alla dimensione giuridica con le annesse difficoltà a interpretare la normativa di riferimento; e all’incapacità di parlare in pubblico e di superare barriere linguistiche e psicologiche.
E però, hanno un fabbisogno formativo e chiedono sostegno per accrescere le loro competenze che sia accostato a misure di tutoraggio e di accompagnamento pratico e che preveda percorsi non occasionali ma ciclici. Pena il rischio di mantenere un profilo basso, di non riuscire a operare il salto necessario a diventare rappresentative e di dissipare gran parte delle loro potenzialità e dei benefici che queste realtà possono portare al territorio. Primo fra tutti, l’apporto costruttivo all’immagine positiva che trasmettono: quella di un fenomeno migratorio che mette fattivamente a disposizione della comunità (non solo di quella migrante) energie e capacità. Per esempio, quelle che rivendicherebbero se la partecipazione alla costruzione di politiche pubbliche fosse più inclusiva: gli spazi di co-progettazione sono, invece, quasi assenti tanto che, persino le procedure di partecipazione – come i tavoli dei piani di zona previsti dalla 328/2000 – si riducono a mere formalità svuotate di significato. E pensare che le associazioni dei migranti avrebbero un punto di vista significativo sui temi legati all’inte(g)razione delle persone.

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