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Con la firma troppo tempestiva, del presidente della Repubblica, il dl 113 (Salvini) è divenuto legge dello Stato. Ma già da prima della conversione, alcuni degli effetti deleteri che produrrà sull’intero sistema sociale italiano, si sono fatti sentire. Sgomberi, la cacciata di famiglie di richiedenti asilo che non hanno più diritto ad alcuna tutela, un generale clima di incattivimento istituzionalizzato. Ci vorranno mesi prima che i danni si mostrino in tutta la loro portata: decine migliaia di persone senza un tetto, 18 mila operatori sociali “italiani” senza un lavoro, la militarizzazione di quello che resta dell’accoglienza e qualche rimpatrio da propaganda per dimostrare che di questa legge c’era bisogno.

Ma nel frattempo, forme per quanto ancora disorganizzate di disobbedienza civile ad un testo che mostra infinite violazioni alla Costituzione e ai trattati internazionali vigenti, si vanno concretizzando. Fra i primi a muoversi alcuni amministratori locali, Palermo, Napoli, Bologna, Torino per citare le città più grandi che avevano già sospeso l’applicazione del decreto. Ora si tratta di rischiare di più disobbedendo ad una legge e ad un ministro che già nell’art. 28 del decreto 113 prevede che i prefetti possano revocare i poteri agli amministratori locali che disattendono la legge. E le reazioni non si sono fatte attendere. Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha anzitempo affermato di sentirsi in diritto di non obbedire a leggi palesemente incostituzionali senza dover attendere il parere della Corte  stessa, il suo collega Leoluca Orlando, di Palermo, ha annunciato intanto che non permetterà che gli agenti della polizia municipale vengano dotati di Taser (le pistole elettriche), Virginio Merola, da Bologna ha rincarato la dose dichiarando l’indisponibilità a gettare in strada le duemila persone accolte che stanno inserendosi in percorsi di integrazione e non costituiscono problemi per la sicurezza e il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, a cui competono le problematiche relative alla salute, ha chiarito che non intende lasciare nessuno senza diritto a curarsi nelle strutture sanitarie pubbliche.

Dal fronte degli enti locali fioriscono le iniziative tese a non recepire del decreto le parti più lesive  per il vivere civile. E si vanno sviluppando anche proposte o forme di resistenza di carattere associativo o individuale, che potrebbero divenire contagiose. Sono numerosi i centri, Cas o Sprar che non hanno obbedito all’ordine di allontanare le persone prive dei requisiti per restare accolti. Si è anche in piena emergenza freddo e, anche per puro buon senso, in assenza di soluzioni alternative, molti, da Como a Palermo, non intendono mandare le persone in strada. Tali emergenze di carattere sociale ricadrebbero inevitabilmente sui Comuni che qualche risposta dovranno pur dare. Le reti degli operatori sociali si vanno mobilitando, sia perché a saltare è il loro posto di lavoro sia perché gran parte di loro lo considerano un impegno che va oltre l’orario e il magro salario. «Ci ho messo tanto a conquistare la fiducia di ragazzi che mi consideravano una “bianca nemica” – racconta Claudia, da uno Sprar vicino Roma – e adesso dovrei dire loro: non posso fare più niente, anzi vi debbo cacciare? Io non ci sto e gli altri la pensano come me».

Esistono poi forme di rifiuto nate da esperienze particolari. Un gruppo di tutori di minori stranieri non accompagnati, presenti nella Toscana ha firmato, con nomi e cognomi, un comunicato in cui dichiarano di voler combattere l’applicazione della legge in tutte le sedi possibili. Un testo simile è stato elaborato da Famiglie accoglienti di Bologna che concludono scrivendo: «Se vorrete cacciare questi preziosi giovani dovrete farlo espellendo anche noi». A Palermo ci si sta prodigando per un gruppo di minori che stanno per compiere i fatidici 18 anni. La proposta è quella di costruire forme di accoglienza che non debbano dipendere dallo Stato con cui poi aprire pubblicamente un confronto.

C’è poi chi va proponendo escamotage interessanti e forti dal punto di vista etico quanto capaci di far emergere contraddizioni. L’avvocata Alessandra Ballerini, da tanti anni in prima fila per tali battaglie, rilancia a Left una sua proposta molto suggestiva: «In questa legge che abolisce “l’umanità” viene inserita, come contentino, una norma che prevede il rilascio del permesso di soggiorno per atti di particolare valore civile. Ora, la norma del 1958 alla quale il dl 113 fa riferimento, prevede che vengano premiati gli autori di “atti di eccezionale coraggio che manifestano preclara virtù civica (…) per il progresso della scienza od in genere per il bene dell’umanità”. Quante e quanti di noi sono migliorati, si sono sentiti cambiati grazie all’incontro con queste persone che hanno rischiato la vita per “salvare” la nostra? E allora perché non ci prendiamo la responsabilità individuale di “adottare” una delle persone rimaste nel limbo, segnalare la decisione al ministero dell’Interno, tramite il prefetto e dichiarando che a “nostro avviso”, la persona ospitata ha per noi il “merito speciale” di averci permesso l’incontro. Ovviamente si tratta di aprire un contenzioso».

Un altro impegno che ognuno di noi, minimamente informato potrebbe realizzare, osserva Ballerini, «è quello di accompagnare chi si vede negata l’iscrizione anagrafica, il medico di base, l’iscrizione all’ufficio di collocamento. Esigendo che venga messo per iscritto tale rifiuto di riconoscere un diritto che ha costituzionalmente valore assoluto, come ricordato in Corte di Cassazione con la sentenza 499 del 2000». Alessandra Ballerini considera il dl Salvini come se fosse scritto, rispetto alla Costituzione, con “inchiostro simpatico”: «Noi dobbiamo ricordare a tutti, avvocati, medici, magistrati, responsabili di Cas e Sprar, come sul dettato costituzionale, in quanto cittadini italiani, abbiamo giurato tutti obbedienza e questo non può venire meno di fronte a leggi o circolari che lo contrastano. Sai – conclude Alessandra Ballerini -, chi comanda ha paura di chi si sa difendere. Ti ricordi di quando entravamo nei Cie (oggi Cpr), polizia e gestori erano infastiditi e ce ne spiegavano la ragione. Perché provavamo a spiegare a chi era trattenuto i propri diritti. Non è cambiato nulla. Oggi in molti si sono abituati all’idea di non avere diritti. Ricordo un mio assistito che in commissione asilo disse “vorrei che mi giudicaste per quello che sono, per la vita che ho vissuto e non per il colore della mia pelle”. In quei momenti è necessario avere accanto qualcuno che “ti riconosce”».

Stanno poi nascendo iniziative che tentano, al di là delle nuove normative razziste, di mettere in connessione percorsi diversi e che ancora spesso si ignorano partendo dalla gravità di una generale situazione attuale. È il caso della Rete della solidarietà nata recentemente a Milano, che ha come baricentro un territorio ma vuole espandersi in quanto sistema di relazione, su un orizzonte europeo. «Dobbiamo non solo denunciare o fare testimonianza ma costruire e avere una visione politica dei problemi – afferma, Daniela Padoan, scrittrice e militante -. Noi stiamo cercando di mettere assieme il tantissimo lavoro che viene fatto ma che non riesce a convergere per potenziare ciò che già c’è. Stiamo trovando le adesioni più disparate, dalla Fiom, agli altri sindacati, dal Naga (un’associazione di volontariato laica e indipendente, ndr), alla Rete delle Città in Comune, fino ai centri sociali e alle realtà che praticano accoglienza. Non ragioniamo solo di immigrazione ma vogliamo intervenire, anche sul fronte educativo e della comunicazione, parlando di lavoro, salute, lotta alla povertà e ci stiamo strutturando su tre settori: il lavoro, la comunicazione e quello che abbiamo chiamato dell’obbedienza costituzionale». Padoan conclude: «Non siamo noi a disobbedire mettendo in atto certe procedure, sono gli altri che tradiscono la Costituzione. E questo dobbiamo farlo arrivare anche alle istituzioni, in particolar modo locali, dialogando e proponendo un punto di vista alternativo».

L’articolo di Stefano Galieni è tratto da Left n. 50 del 14 dicembre 2018


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