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L’8 gennaio il Duca bianco avrebbe compiuto 72 anni. Nel terzo anniversario dalla scomparsa avvenuta il 10 gennaio 2017 esce “Glastonbury 2000”, l’album del concerto dal vivo tenuto nello stesso luogo del festival del 1971. E compare di nuovo il mondo poetico dell’“Uomo che cadde sulla terra”

C’è la “old wave”. C’è la “new wave”. E poi c’è David Bowie. Così recitava il poster promozionale di Heroes nel 1977. Ancora oggi messaggio più che attuale. Artista del Novecento e di questo inizio secolo, Bowie – al secolo David Robert Jones – ha rivelato al mondo la sua genialità attraverso lavori che sono diventati fondamentali per le arti: dalla musica alla moda, dalle soluzioni sonore alle innovazioni stilistiche arrivando poi al cinema e al teatro. «L’opera d’arte è compiuta solo quando il pubblico vi aggiunge la propria interpretazione» disse nel 1999. «È proprio in quel grigio spazio intermedio che risiede il senso dell’opera». Oggi, a tre anni dalla sua scomparsa stiamo cercando noi quello spazio per poter comprendere profondamente il significato dei suoi lavori.
Bowie è stato ed è tuttora “altro”. La sua opera e il suo essere poliedrico si distanziano da tutto il resto, sfuggendo ad etichette o a “generi”, proponendo immagini e identità diverse per ogni album pubblicato. Bowie che studiava nei minimi particolari lo stage e gli aspetti visual, le forme di teatro da portare al rock e viceversa, costruì nel tempo quell’aura di mistero e impenetrabilità, giocando sulla androginia e sul mondo degli alieni, forse personale rappresentazione della malattia mentale (il fratellastro era affetto da schizofrenia ndr), condizione spesso narrata nei suoi testi, inventando dapprima il personaggio di Ziggy Stardust e poi arrivando all’interpretazione dell’alieno Thomas Jerome Newton in L’uomo che cadde sulla terra, nel film di Nicholas Roeg.
La sua poetica è stata spesso lacerata ma coinvolgente, di ricerca e di provocazioni, presente nei personaggi che ha interpretato in tutta la carriera sfruttando al massimo, tra i tanti, gli insegnamenti di Lindsay Kemp o lo studio dell’espressionismo tedesco. Già a inizio carriera si presenta…

L’articolo di Stefano Frollano prosegue su Left in edicola dal 4 gennaio 2019


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