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Da oltre venti anni, ai primi di luglio, in Emilia si giocano i Mondiali antirazzisti di calcio, un evento sportivo amatoriale non competitivo che si fonda su una formula semplice ma rivoluzionaria (specie di questi tempi): coinvolgere e mettere in contatto tra loro realtà considerate di solito contrastanti e contraddittorie, quella dei gruppi ultrà, spesso etichettati come razzisti, e quella delle comunità di immigrati e delle associazioni impegnate nel volontariato. Nel corso degli anni, i Mondiali – che ora si giocano sui prati di Bosco Albergati – si sono trasformati in un vero e proprio festival multiculturale e in esperienza concreta di lotta contro ogni forma di discriminazione grazie all’impegno della Uisp-Emilia Romagna e di Progetto Ultrà e alla collaborazione dell’Istoreco (Istituto storico per la resistenza) di Reggio Emilia. Una lotta pacifica portata avanti con convinzione da migliaia di persone. Abbiamo visto giocare all’insegna del fair play squadre miste di ragazzi e ragazze, di associazioni attive nell’accoglienza ai migranti, oppure formate solo da bambini saharawi rifugiati, oltre che compagini composte da sole donne italiane e straniere oppure da rifugiati e richiedenti asilo di ogni parte del globo. Abbiamo visto rappresentanti di tifoserie di norma ostili tra loro come Lazio e Marsiglia scambiarsi le magliette, cantare “Bella ciao” e brindare insieme dopo essersi affrontati sotto il sole cocente della Pianura padana.
Le formazioni provenienti da decine di Paesi diversi sono state sempre circa 200. Nel 2018 erano poco più di 130. Come mai? Chi scrive venne a sapere che poco prima dell’inizio del torneo il ministero dell’Interno aveva sollecitato le prefetture a non rilasciare il nulla osta ai richiedenti asilo per allontanarsi dalle strutture in cui erano ospitati. E così almeno una trentina di squadre composte per lo più da profughi avevano dovuto rinunciare all’appuntamento. Salvini si era insediato un mese prima e – forte con i deboli – poco più di un mese dopo segregando 137 profughi sulla nave Diciotti della Guardia costiera avrebbe definitivamente fatto capire in che modo avrebbe gestito la questione immigrazione.
Il 31 agosto, cinque giorni dopo lo sbarco dei migranti nel porto di Catania, su Left anticipammo i contenuti chiave del cosiddetto decreto Sicurezza nel quale il ministro si è accanito contro i diritti dei richiedenti asilo e degli stranieri in possesso del permesso di soggiorno per protezione umanitaria. Poi, in ottobre, c’è stato l’arresto del sindaco Mimmo Lucano e la fine del modello di accoglienza Sprar a Riace e di tutto quello che rappresenta. Almeno per ora.
Tutto questo mi è venuto in mente vedendo nei giorni scorsi le famose foto che ritraggono il responsabile del Viminale insieme al pregiudicato e ultras del Milan Luca Lucci. Stretta di mano e abbraccio tra i due nell’ambito della festa per i cinquant’anni della curva rossonera.
Praticamente uno spot all’insicurezza sociale che ha per protagonista l’uomo che ha giurato sulla Costituzione di “servire lo Stato” garantendo l’ordine e la sicurezza pubblica. Per scoprire a che gioco sta giocando il ministro, che un giorno indossa la sciarpa da ultras e il giorno dopo la divisa da poliziotto, abbiamo chiesto a Stefano Galieni e Saverio Ferrari di aiutarci a ricostruire il contesto in cui si muove Matteo Salvini. Considerando il bacino di voti per la Lega rappresentato dalle tifoserie di destra è oggi lecito chiedersi senza voler demonizzare il tifo né alcuni aspetti della cultura ultrà, cosa possa accadere in prossimità delle elezioni europee in caso di nuovi episodi di razzismo e di antisemitismo come quelli accaduti di recente a Milano, Bologna e Roma: «Si accanirà col manganello contro chi il mese dopo gli porta voti o – come scrive Galieni – durante i match dimenticherà, come spesso gli capita di essere un ministro»? Staremo a vedere. Ma l’Italia che vogliamo raccontare in questo numero non è solo quella lugubre e sguaiata che Salvini vorrebbe plasmare a sua immagine e somiglianza. Scoprirete insieme a noi tutto un mondo, di cui i Mondiali antirazzisti sono uno dei numerosi esempi, che all’insegna dell’integrazione, dell’accoglienza, della collaborazione e della coesione sociale non si arrende al senso di oppressione generato dalle politiche xenofobe e nazionaliste del governo giallonero mettendo in campo proposte e attività di resistenza e rifiuto di ogni forma di discriminazione.
Un ultimo pensiero va a Cecile Kyenge, le cui figlie spesso abbiamo visto lavorare come volontarie ai Mondiali antirazzisti. Il leghista Calderoli è stato condannato in primo grado a un anno e sei mesi dal Tribunale di Bergamo per aver definito l’ex ministra «un orango». I giudici hanno riconosciuto l’aggravante razziale. Esultiamo insieme a lei. Avanti così, forse il vento sta cambiando.

L’editoriale di Federico Tulli è tratto da Left in edicola dal 18 gennaio 2019


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