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«Per i desaparecidos c’è questa strana condizione per cui il corpo non ricompare e sebbene mia madre ci abbia sempre detto “papà non ritorna”, nella nostra immaginazione di bambini c’era la possibilità che ricomparisse. Perché c’è questo nella testa di un bambino: sente che tutti si sono sbagliati, che potrebbe essere ancora sotto sequestro, che potrebbe aver perso la memoria. Immagini tante cose. Ti dici: “Forse papà se n’è andato con un’altra donna, ha un’altra famiglia. Sarebbe fantastico perché potrebbe tornare, no?”. Invece no. È morto». Cosa significa sopravvivere a un familiare vittima di una sparizione forzata, cioè avvenuta illegalmente per mano dello Stato, è tutto in queste parole di Maria Campiglia, figlia del desaparecido italo-argentino Horacio scomparso nell’ambito del genocidio di “sovversivi” pianificato in Sud America negli anni Settanta dall’internazionale nera del terrore denominata Operazione Condor.
Maria le ha pronunciate di fronte alla cinepresa di Emanuela Tomassetti autrice del docu-film La memoria del Condor che ha vinto il premio Malvinas all’ultimo Festival del cinema latinoamericano di Trieste.
Sono parole semplici quelle di Maria ma che hanno un valore universale. Sono un viaggio nella memoria e al tempo stesso drammaticamente attuali.
Valgono per i desaparecidos del Condor e per i corpi straziati dalla giunta civico-militare di Videla e Massera. Valgono per i 43 studenti messicani scomparsi nel 2014 e non solo.
In Egitto, per dire, svaniscono letteralmente centinaia di persone ogni anno, lo stesso è accaduto in Libano durante la guerra civile e accade tuttora in Turchia e in Siria agli oppositori di Erdogan e Assad. Ed è la sorte che, sempre Erdogan, vorrebbe riservare al popolo curdo, e la criminale politica estera israeliana a quello palestinese. Curdi e palestinesi, nell’indifferenza della comunità internazionale, devono scomparire dalla faccia della terra, come se non fossero mai esistiti. Non è forse anche quello che accadde il secolo scorso agli ebrei, i rom etc durante gli anni del nazifascismo?
A cosa dovrebbe servire la Giornata della memoria che cade il 27 gennaio se non a evitare che accada ancora? Eppure accade ancora. Anche a “casa nostra”. Già perché anche Giulio Regeni è stato desaparecido per una settimana a partire dal 25 gennaio di tre anni fa, proprio mentre cadeva il quinto anniversario della rivolta di piazza Tahrir.
Il corpo del giovane ricercatore fu fatto ritrovare senza vita il 3 febbraio successivo al Cairo, a poca distanza da una prigione dei servizi segreti egiziani, forse solo perché la pressione internazionale si era fatta insostenibile.
Come è noto vi sono palesi elementi di una implicazione nel suo rapimento, tortura e omicidio dei servizi del regime di al-Sisi.
Ma, come leggerete, il caso è ancora irrisolto, non solo a causa dei depistaggi dello Stato egiziano. L’inadempienza del nostro governo è sempre più evidente. In ballo ci sono accordi commerciali per cinque miliardi con l’Egitto, per questo non viene fatta pressione più di tanto dall’attuale governo giallonero, in linea con quello precedente.
C’è infine un ulteriore, drammatico, nesso con l’attualità che inevitabilmente dobbiamo fare ascoltando la testimonianza di Maria Campiglia. Quello con i nuovi desparecidos, i migranti che scompaiono nel Mediterraneo, vittime delle politiche neoliberiste dell’Europa (le merci possono viaggiare, le persone no) e dei governi reazionari – come il nostro – che da un lato fanno accordi che favoriscono i trafficanti libici di esseri umani e dall’altro vietano alle Ong di soccorrere le imbarcazioni in difficoltà e chiudono i porti. E migliaia di persone scompaiono nel deserto e nel Mediterraneo.
Memoria, verità, giustizia. Anche il governo giallonero concorre a violentare queste tre parole. Ma noi di Left non ci rassegniamo e continueremo a denunciare e documentare. Per resistere all’oppressione.

L’editoriale di Federico Tulli è tratto da Left in edicola dal 25 gennaio 2019


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