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Qual è il peso della memoria? È una domanda che spesso ci rivolgiamo, che il mondo ci chiede di porre a noi stessi. Eppure oggi, a ottant’anni (quasi ottantuno) dalla nefasta promulgazione delle leggi razziali fasciste dell’altrettanto nefasto governo di Mussolini, questo interrogativo appare opaco, raggrinzito, relegato in un angolo dalla dilagante eccitazione delle masse arringate da oratori improvvisati che sbarrano i porti e dichiarano di aver abolito la povertà. La memoria stessa è sopita, o meglio, narcotizzata, legata a un lettino con la camicia di forza e chiusa a chiave in una stanzetta di un manicomio; sia mai che tenti di uscire e di risvegliare la coscienza di gran parte della gente, troppo occupata a scuotere le tasche e far cadere qualche nichelino per pensare a costruire un progetto collettivo, solidale, che possa accogliere e non respingere, donare e non prendere.
A breve giungerà il 27 gennaio, il Giorno della memoria, appunto. Una ricorrenza, qualcosa che “corre di nuovo”, che è fissata per far tornare a un determinato tempo, luogo, evento. Ma se la memoria è rinchiusa, a qualcuno bisognerà pure appellarsi per risvegliarla. Sì, tocca sempre a loro: i testimoni. Testimoni, però, che il naturale scorrere degli anni ci sta purtroppo portando via, uno a uno, e l’unica speranza rimane aggrappata alle loro parole tramandate ai figli, ai nipoti, e attraverso quest’ultimi all’umanità intera. Tuttavia, di frequente accade che i padri siano reticenti a raccontare ai posteri il loro vissuto, soprattutto se al centro del passato si staglia il nero monolite della tragedia, un fardello troppo grande e pesante da trascinare per una persona e che talvolta i genitori preferiscono portare nella tomba invece che addossarlo sulle spalle dei discendenti. Sta quindi alle più giovani generazioni carpire ogni singolo barlume di ricordo, essere abili nell’afferrare il non detto – dove il più delle volte risiede la vera essenza delle tracce dell’esperienza – e a lasciare tutto questo in forma scritta, affinché rimanga scolpito nella storia comune. E di recente qualcuno è riuscito in questo difficile compito.
Il suo nome è Daniel Vogelmann, classe 1948, editore di professione e poeta di vocazione, che ha dato alle stampe un libricino intitolato Piccola autobiografia di mio padre (Giuntina). E se è vero che…

L’articolo del Kollektiv Ulyanov prosegue su Left in edicola dal 25 gennaio 2019


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