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Il reddito di cittadinanza in versione Cinque stelle ha tutti i difetti del mondo più uno. Eppure è difficilissimo criticarlo, perché mette sei miliardi sulla lotta alla povertà, quando quelli di prima avevano giurato che non fosse possibile. Lo stesso dicasi per la Quota 100 modificata. È lontanissima da qualsiasi promessa elettorale, ma è difficile sostenere che non si tratti di un passo in avanti, laddove si era sempre detto che fossero possibili solo salti all’indietro.
Sono misure irresponsabili, che mettono a rischio i conti dello Stato? Può essere, ma non abbiamo mai sentito grandi giornali e Confindustria lamentarsi quando i bilanci
si facevano pericolanti per il peso delle prebende elargite ad una classe possidente parassitaria e ingorda.
Dico questo perché conquistato da un virus governativo? No di certo. Semplicemente mi sconcerta l’idea che si possa pensare di opporsi a provvedimenti contraddittori mettendosi dalla parte del privilegio. Per chi ha lavorato 38 anni è infatti un insulto sentirsi dire che
la sua fatica è tempo rubato ai più giovani. Per chi è impoverito è inaccettabile sentirsi accusare di pigrizia, furbizia e scarsa propensione all’impegno.
Chi ragiona in questo modo, dimostra soltanto di essere completamente scollegato da un Paese travolto da 30 anni di crescenti ingiustizie e disuguaglianze, su cui la crisi è passata come uno tsunami, cancellando ciò che resisteva traballando del benessere passato.
Ci ha consegnato un panorama di giovani senza prospettive diverse dall’espatrio, di anziani sempre più numerosi e privi di mezzi, di un’età di mezzo privata della prospettiva della classe media. Ha lasciato dietro di sé cinque milioni di poveri e trenta milioni di persone convinte di aver subito un torto, senza nemmeno capire bene da chi.
È a loro che parlano i provvedimenti del governo, cogliendo un elemento di soddisfazione psicologica prima ancora che materiale. Esattamente come fecero gli 80 euro di Renzi, lasciano intendere che sia arrivato il momento della restituzione e del risarcimento del danno subito.
Aiuta ovviamente molto il fatto che chi li critica sia ritenuto giustamente responsabile di quel danno.
Allora io sono per cogliere questo elemento, ma per dire senza reticenze che non basta.
Che il reddito di cittadinanza va bene, ma che si potrebbe fare di più, escludendo le assurde clausole vessatorie con cui il M5s ha voluto omaggiare i critici. Uscire dalla povertà è infatti un diritto in uno dei Paesi più ricchi del mondo, anche senza la necessità di trasferirsi
a mille km di distanza.
Che ridurre il tempo di lavoro è corretto, ma dovrebbe avvenire anche in termini di orario settimanale e non solo di età di pensionamento.
Che soprattutto non può essere tutto ridotto a chi avrà la fortuna di maturare i requisiti nei prossimi tre anni, lasciando giovani di ieri e di oggi ad un destino di povertà certa dopo il ritiro. Vale anche per loro il diritto ad una vecchiaia serena, e si deve quindi prevedere un minimo di almeno 1.500 euro per tutti coloro che abbiano versato almeno 30 anni
di contributi.
Si può fare questo e molto altro, a partire da un piano straordinario di assunzioni nella scuola, nella sanità, nei servizi per l’infanzia, la terza età e la non autosufficienza.
È necessario semplicemente il coraggio di fare ciò che la destra della Lega e del M5s non avranno mai il coraggio di fare: attaccare i veri privilegiati, che sono quelli che si sono arricchiti mentre tutti si impoverivano. Serve una seria patrimoniale sulle grandi ricchezze, serve recuperare alla collettività le rendite generate dai servizi essenziali, serve tassare la speculazione di ogni tipo e recuperare l’evasione fiscale, vero furto ai danni di noi tutti.
Come vedete, non è difficile immaginare un’altra opposizione.
Cominciamo a farla.

L’editoriale di Giovanni Paglia è tratto da Left in edicola dall’1 febbraio 2019 


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