Condividi

La rapida successione di arresti nelle campagne di Latina, Matera e Colleferro nei giorni scorsi, ha inaugurato il nuovo anno di lotta al caporalato. Si tratta di operazioni importanti che – come nel caso di Latina – hanno messo fine a business in cui erano coinvolti anche un sindacalista Cisl ed un ispettore del lavoro. Un segnale del fatto che l’impianto repressivo della legge 199 del 2016, conosciuta ai più come legge “anticaporalato”, funziona, e può dare risultati. Ma la pars costruens solo debolmente tratteggiata da tale norma, quella che avrebbe dovuto intervenire sugli squilibri della filiera, per rilanciare un’agricoltura pulita, resta non solo insufficiente ma pure inattuata.

La Rete del lavoro agricolo di qualità, network (potenziato con la 199) che avrebbe dovuto riunire e promuovere le aziende virtuose che si autocertificano “caporalato free” conta ad oggi meno di 4mila iscritti (dati Inps dicembre 2018), su un totale di un milione e seicentomila aziende agricole e 100mila potenzialmente interessate. D’altronde, l’iscrizione non attribuisce alle ditte alcuno strumento concreto per ripararsi dallo strapotere della Grande distribuzione organizzata. Un fallimento totale, insomma, che continuiamo a denunciare con caparbia su queste pagine. Non solo. Andando ad indagare tra pieghe e contropieghe della manovra finanziaria, si scopre che i grandi proclami del governo giallonero della scorsa estate, che parlavano di un imminente rilancio della lotta al caporalato, sono restati – appunto – soltanto parole.

In seguito alle “stragi dei pulmini” di agosto nel foggiano – costate la vita a 16 braccianti immigrati – il vicepremier Di Maio aveva…

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dall’1 febbraio 2019


SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi