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“Aguzzate la vista”: su grandi opere e privatizzazioni sembra che Pd e Lega si differenzino solo per alcuni piccoli particolari. Il paesaggio politico richiama così uno dei giochi della nota rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione. È il partito delle grandi opere. Tra la legge Obiettivo di Berlusconi (definita «criminogena» dall’autorità anti-corruzione) e il contratto di governo giallonero ci sono anche i vari Salva Italia, Sblocca Italia e il Regolamento Madia del 2016 che affida al premier i poteri in caso di grandi opere strategiche. Un nastro di asfalto e cemento armato, insomma, lega centrodestra e centrosinistra: un business che sta tutto nella costruzione, messo al riparo da un vero controllo democratico.

Quella delle grandi opere è l’ideologia di un solido conglomerato di interessi imprenditoriali, politici, finanziari e accademici; è trasversale e strettamente abbarbicata a un’idea di sviluppo che fa leva, in questi tempi di decrescita infelice, sulla nostalgia per gli anni del boom economico, come dimostra il successo della chiamata delle madamine torinesi che ha riempito di leghisti e piddini una piazza di Torino in nome del Tav, o il richiamo a quell’opera perfino nella piattaforma di Cgil, Cisl e Uil da piazza S. Giovanni, a Roma, solo pochi giorni fa.
Tap, terzo valico, trivelle, Mose, quadrilateri, pedemontane, stadi, olimpiadi fino a quel Ponte sullo Stretto mai archiviato, non c’è grande opera che non veda Pd e Lega schierati insieme nel decantarne le magnifiche doti. Prendiamo la BreBeMi, sigla che sta per Brescia-Bergamo-Milano, una delle 418 opere previste dalla legge Obiettivo: si tratta di un’autostrada parallela a un’altra esistente, nella regione che già possiede la maggiore densità di infrastrutture stradali, dove il livello di inquinamento dell’aria è tra i peggiori d’Europa e proprio nel Paese che consuma più suolo nel Vecchio continente.

Un’operazione spacciata come…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 15 febbraio 2019


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