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Uno slogan che dovrebbe risuonare il 17 febbraio nelle piazze e nelle strade d’Italia, a 419 anni dalla morte sul rogo di uno dei filosofi più visionari del pensiero umano. Ucciso da Santa Madre Chiesa per aver messo in dubbio la verginità di Maria, aver negato che nell’ostia ci fosse il corpo di Cristo, aver posto l’esistenza di mondi infiniti e collocato il sole, e non la Terra, al centro dell’universo e aver affermato che gli apostoli erano dei maghi. Dopo essere stato a lungo torturato, Bruno fu arso vivo a Roma a Campo dei Fiori, come monito per tutti coloro che avessero osato alzare la testa al cielo e dissentire dai dogmi cattolici. Quasi mezzo millennio è passato da allora, ma ancora oggi abbiamo un disperato bisogno di uomini in grado di sfidare il pensiero imposto e di aprire nuovi orizzonti alla mente e ai corpi degli esseri umani. In un’epoca in cui si innalzano muri, si respingono coloro che scappano da guerre e miseria, si distinguono individui di “serie A” da quelli di “serie B”, si crede a coloro che gridano più forte senza la pretesa della fondatezza delle fonti, si accendono l’ignoranza, la violenza e la stupidità a fari del discorso politico, noi gridiamo: “Dieci, cento, mille Giordano Bruno”! Il filosofo di Nola, ancor prima della rivoluzione scientifica, che risveglierà nella nostra Europa medievale e cristiana il pensiero scientifico al di là delle superstizioni religiose, ebbe l’ardire di intuire un universo infinito, senza centro e confini, in cui, non essendoci più un “alto” e un “basso”, i pianeti, gli astri e tutti gli esseri viventi diventavano uguali. Tutti avevano il diritto di alzare la testa verso il cielo, non solo preti e sovrani, ma anche calzolai e barcaioli. L’atto davvero rivoluzionario fu questo: spazzare via con un colpo di sguardo millenni di gerarchie, di cieli chiusi, di etere cristallino. Adesso, il cielo e la terra erano fatti della stessa sostanza e la creatura più umile diventava uguale a quella più elevata. Bruno proclamava una “filosofia libera” dai dogmi e dai pregiudizi, dove la mano si univa all’intelletto, per un sapere pratico, oltre che intellettuale. «A una nuova concezione dell’universo deve per forza corrispondere una nuova concezione dell’uomo»: un uomo non più scisso fra anima e corpo, ma un tutt’uno che unisse i sensi alla ragione per combattere quello stato “asinino” in cui vivevano gli uomini di Chiesa. Non più…

L’articolo di Elisabetta Amalfitano prosegue su Left in edicola dal 15 febbraio 2019


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