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«All’età di 12 anni, nel frequentare il catechismo e in preparazione alla cresima, in occasione delle numerose confessioni settimanali, ho subito delle molestie sessuali e violenze ripetute da questo prete all’interno del confessionale e non solo ma anche altrove al di fuori della parrocchia. Costretto psicologicamente, “intrappolato” dal mio carceriere, ho vissuto due anni in questo incubo. A 15 anni ho trovato la forza di ribellarmi a questi soprusi. Successivamente sono caduto in una forte depressione dalla quale non sono più uscito, ho vissuto il periodo della pubertà rinchiuso in me stesso assieme a tutto il periodo adolescenziale portando problemi di carattere relazionale e vivendo una sessualità in maniera rovinosa con paure e fobie riguardanti la sfera sessuale. Per me il sesso era sporco e contaminante, sentendomi perennemente sporco. Paure e fobie che non mi hanno più abbandonato, limitandomi così nel tempo sempre più la vita al punto di non riuscire più a lavorare precludendomi la dignità personale. Non vi è null’altro da dire, solo che la mia vita è finita a 15 anni. Il resto è sopravvivere». Sono le parole della vittima di un pedofilo sacerdote (che ha chiesto l’anonimato e chiameremo Andrea), che grazie all’associazione Rete L’Abuso possiamo pubblicare. Oltre quanto appena letto, veniamo a sapere che quando Andrea ha trovato l’energia per denunciare alla magistratura civile le violenze subite era ormai troppo tardi: reato prescritto. Il suo presunto violentatore ha potuto dunque proseguire indisturbato l’attività sacerdotale e oggi, a differenza della vittima, passa in serenità la vecchiaia presso una sede ligure della Congregazione a cui appartiene. La storia di Andrea purtroppo è simile a quella di tanti altri “sopravvissuti”. Frequentare l’oratorio, la parrocchia, il catechismo può diventare improvvisamente una trappola senza via di scampo con delle conseguenze devastanti a livello psicologico e nella vita di tutti i giorni. E non tutti riescono a recuperare la forza necessaria per denunciare l’educatore a cui sono stati affidati dai propri genitori. In tanti non ce la faranno mai nel corso della vita, altri ci riescono quando ormai – per le leggi vigenti – è passato troppo tempo. Come da sempre raccontiamo su Left, così accade in tutto il mondo dove le istituzioni cattoliche sono presenti. In Italia, negli ultimi 15 anni, sono state circa 300 le denunce per pedofilia nei confronti di ecclesiastici, quasi 140 di loro sono finiti sotto processo e circa 80 sono stati condannati almeno in primo grado. Considerando che la popolazione ecclesiastica italiana è di oltre 30mila persone si potrebbe pensare che diversamente da altri Paesi – come gli Stati Uniti o l’Irlanda – la situazione sia tutto sommato sotto controllo. Ma stando a quello che nell’agosto 2018 ha dichiarato padre Hans Zollner all’agenzia dei vescovi Sir, purtroppo le cose non stanno così.

 

La Conferenza episcopale non può più fare finta di niente

«Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (negli Usa, ndr), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso» ha detto Zollner che non è un prete qualunque ma è membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e presidente del Centre for child protection (Ccp) della Pontificia università gregoriana (vedi box a pag. 11). Una dichiarazione dal significato inquietante che già allora non era sfuggita al nostro settimanale, eppure è stata inspiegabilmente ignorata dagli altri media italiani che in questo modo – non raccontando – contribuiscono a radicare presso l’opinione pubblica una falsa percezione del fenomeno criminale della pedofilia di matrice ecclesiastica. Prendendo per buone le percentuali paventate dal presidente della Ccp, vorrebbe infatti dire che in Italia non 80 ma almeno 1.200 preti potrebbero esser stati responsabili di abusi su minori nel recente passato. Fermo restando che anche solo una violenza è intollerabile, si tratterebbe di un’orrenda enormità. Soprattutto se si considera che, per certi aspetti, il profilo criminale del pedofilo è equiparabile a quello del serial killer: egli infatti, in estrema sintesi, organizza lucidamente la propria vita sociale in funzione della “caccia”, sceglie professioni che lo portano facilmente a contatto con i bambini, e non si ferma finché non viene arrestato e isolato; infine, non meno importante, «considerando le conseguenze sulle vittime, l’abuso si configura come un vero e proprio omicidio psichico» ci spiega la pediatra e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti. Come quello descritto nelle parole di Andrea con cui si apre la nostra inchiesta. A proposito della serialità, basti qui citare velocemente i casi di padre Lawrence Murphy negli Usa, reo confesso di abusi su oltre duecento minori sordomuti, e quello del parroco don Lelio Cantini, che a Firenze agì impunemente all’interno della sua comunità per oltre un ventennio. E che dire di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo e violentatore seriale per decenni “protetto” da Giovanni Paolo II? Tutti sono morti nel monastero dove erano stati inviati dal Vaticano a espiare i propri “peccati”, senza aver mai affrontato un giudizio civile. Come il violentatore di Andrea.

L’Onu all’Italia: rivedere Concordato e obbligo di denuncia per i vescovi

Se i media sono rimasti indifferenti, l’allarme di Hans Zollner avrà per lo meno suscitato l’attenzione delle nostre istituzioni preposte a prevenire certi crimini e a tutelare l’incolumità dei minori? E ancora, cosa fanno le autorità italiane per evitare che luoghi considerati “istintivamente” sicuri diventino invece una fonte di pericolo? L’occasione per rispondere a queste domande è stata data al governo italiano il 22-23 gennaio scorso a Ginevra dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma anche in questo caso il silenzio mediatico è calato sulla relazione dell’agenzia Onu incaricata di verificare se e in che modo l’Italia rispetti la Convenzione per i diritti dell’infanzia ratificata nel 1989. In particolare il nostro governo è stato chiamato a rispondere di pesanti accuse di negligenza nella gestione, prevenzione, controllo e giudizio in particolare dei casi di pedofilia clericale, mosse dall’associazione di vittime Rete L’Abuso. Tutto è iniziato lo scorso giugno dopo un incontro a Ginevra con il funzionario dell’Alto commissariato per i Diritti umani, Gianni Magazzeni, al quale ha partecipato anche l’associazione internazionale Eca global (presente in 18 Paesi e 4 continenti, di cui la Rete L’Abuso è uno dei membri fondatori). A supporto della propria denuncia, l’associazione italiana rappresentata dal presidente Francesco Zanardi e coadiuvata dall’avvocato Mario Caligiuri, ha presentato una imponente documentazione sulle gravi lacune che di fatto in Italia permettono l’impunità dei membri del clero. Vale la pena di sottolineare che gli emissari del governo di fronte alle domande e alle sollecitazioni degli investigatori di Ginevra hanno in pratica fatto un’imbarazzante scena muta. Arrivando a trincerarsi dietro la scusa di non essere dei tecnici. E non sono stati nemmeno in grado di sfruttare le ulteriori 48 ore di tempo concesse loro per rispondere in maniera non superficiale. Risultato? Basti qui citare l’incipit delle Conclusioni del comitato delle Nazioni Unite per farsi un’idea: «Il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa cattolica nel territorio dello Stato italiano e per il basso numero di indagini e azioni penali da parte della magistratura italiana» (il Report dell’Onu è stato reso noto il 7 febbraio scorso, nel box a pag. 12 pubblichiamo una sintesi significativa). Abbiamo chiesto all’avvocato Caligiuri…

L’inchiesta di Federico Tulli prosegue su Left in edicola dal 22 febbraio 2019


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