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Ne stanno parlando in tutto il mondo: il video della balena morente che, urlando, piange ha spopolato sul web. Più di quaranta milioni di visualizzazioni. Un successo mediatico pazzesco che nemmeno il suo autore si aspettava. Un’idea sostenuta da Greenpeace che ha voluto partecipare al Carnevale di Viareggio 2019 accanto al gigantesco cetaceo di cartapesta, durante uno dei corsi mascherati che ogni anno colorano il lungo mare della città toscana. Un carro di venti metri che vuole smuovere le nostre coscienze perché “il mare non è usa e getta”. Così come non lo è tutto il pianeta che, di generazione in generazione, ci ospita durante la nostra breve vita. Il mare sembra ormai essere diventato la: “pattumiera dell’umanità”, come sostiene lo stesso Roberto Vannucci, ideatore e costruttore del carro. Per questo la sua balena è costretta a dimenarsi, impotente, tra cumuli di spazzatura con la sola ultima forza di gridare e lamentarsi emettendo un suono soffocato ma al tempo stesso preciso e diretto, rivolto a noi, noi tutti. A pochi giorni dalla conclusione del Carnevale (l’ultimo corso mascherato è fissato per il 5 di marzo, con la conseguente proclamazione dei vincitori), abbiamo chiesto a Roberto Vannucci di commentare con noi il suo successo.

Dal 1999 costruisci carri di prima categoria. Cosa c’è dietro a un lavoro così complesso?
Tutto nasce alla Cittadella del Carnevale. Lì si trovano i laboratori dove noi lavoriamo. È la più grande in Italia. I carri sono collocati all’interno degli hangar, che possono essere visitati durante l’anno. All’inizio di tutto c’è l’idea, alla fine l’emozione di vederla sfilare in mezzo alla gente, perché il nostro carnevale è una manifestazione di strada, di persone che si accalcano attorno alle nostre opere. Io ho iniziato con i giganti di prima categoria nel 1999, prima ho fatto un bel po’ di gavetta: maschere isolate, carri piccoli. Dietro a tutto ci siamo noi e la paziente lavorazione della cartapesta.

Il carnevale in tutto il mondo è considerato un momento di festa e divertimento. Tu con i tuoi lavori hai sempre lanciato dei messaggi forti. Penso ad esempio a quello del 2010: “Una sola madre, la Terra”, che aveva per protagonisti due cigni, uno bianco e uno nero, che si abbracciavano uniti contro ogni forma di razzismo. Come si possono unire il dovere di riflettere su certi argomenti e l’allegria spensierata?
Il carnevale è sicuramente un momento di svago. Dagli anni sessanta iniziano a diventare protagonisti del carnevale di Viareggio la satira politica e il costume. Si diffonde il bisogno di toccare temi molto importanti. Personalmente ho sentito la necessità, attraverso i miei carri, di parlare dei problemi dei cittadini come me. Sicuramente, come dici tu, nel 2011 con “Una sola madre, la Terra”. Ma non solo. Anni prima, nel 2001, con il carro “Il silenzio degli innocenti” ho voluto parlare di pedofilia, di tutti quei bambini che nel mondo continuano a subire ogni tipo di violenza senza potersi ribellare. In quel caso i miei bambini erano farfalle pronte a spiccare il volo, ma interrotte proprio sul più bello. Ecco un tema assolutamente drammatico trattato in modo carnevalesco. L’anno scorso, poi, ho scelto di affrontare il tema delle torture. Spesso pensiamo che la tortura sia un gesto crudele molto lontano da noi, che non ci riguarda. Ma sbagliamo: le torture sono molteplici. Siamo tutti schiavi torturati dagli ingranaggi del potere, del fanatismo religioso e dall’economia mondiale. Chi crede di essere libero deve aprire gli occhi. Molto spesso si è prigionieri del proprio vivere. Ecco che alla festa e al divertimento occorre imprimere un segno che possa smuovere le coscienze. Io penso che il senso del carnevale sia questo. Di satira politica non mi occupo. I politici ci stanno rubando il lavoro: fanno già talmente tanto carnevale per conto loro.

Quest’anno il tuo carro “Alta Marea” vuole smuovere le coscienze spesso troppo indifferenti ai problemi legati all’inquinamento ambientale…
Quando ancora non avevo le idee chiare su quale carro preparare per il 2019, ho partecipato a una manifestazione sulla plastica. È così che è nata in me la voglia di occuparmi di questo fenomeno disastroso di cui, ormai, non si può più nascondere l’evidenza. La plastica è un male inventato dall’uomo. Ricordo bene una pubblicità che girava in televisione negli anni sessanta. Parlava di un catino per il bucato. Un catino definito “indistruttibile”, proprio perché di plastica. Purtroppo è proprio così: noi si muore, la plastica no. Al limite si deforma, ma non si rompe per molti anni. Così diventa microplastica che noi stessi, senza nemmeno accorgercene, ingeriamo quotidianamente. Per questo quello della plastica è un problema che riguarda tutti noi, i nostri figli, chi verrà dopo di noi.

Il 16 febbraio ogni anno si celebra il World whale day, la giornata mondiale delle balene, una specie ormai a rischio di estinzione. La tua balena cosa sta gridando all’umanità?
“Ma cosa mi state facendo?”. La mia balena grida e piange insieme. Piange mentre grida. Questa è la struggente verità di tutto il male che l’essere umano sta compiendo. Per questo il senso del suo grido è quello di smuovere le coscienze. Non si tratta solo di una dolorosa lamentela o di una, seppur doverosa, accusa. La mia balena ci interroga, ci mette spalle al muro. Quello che avete fatto a me non potrete che farlo a voi stessi. Così presto toccherà a noi. O ci diamo un freno o, presto, saremo noi a essere eliminati, ad autoeliminarci. Invece dovremmo considerare la nostra presenza su questo mondo come un passaggio, un momento importante, ma piccolo rispetto a quella che è la notte dei tempi. Banalmente è come quando si prende una casa in affitto, noi gente di mare ne sappiamo qualcosa. Ti consegno una casa con le pareti belle bianche, quando sei andato via voglio ritrovarla così com’era. E se prestiamo attenzione a una casa in affitto per le vacanze perché non dovremmo essere attenti al nostro pianeta?

Prima hai definito la plastica un male inventato dall’uomo che sta uccidendo il pianeta. Quali soluzioni si potrebbero trovare per risolvere questo grande problema?
L’unica soluzione è eliminare il problema alla fonte: chi produce plastica non deve più farlo. È necessario impiegare soluzioni alternative. Più del quaranta per cento della plastica è usa e getta. Viviamo nell’era del consumismo, eppure sarebbe solo una questione di abitudine. Basti pensare a quando si va a fare la spesa. Un sacchetto di carta sarebbe la soluzione più adatta. Ormai è necessario che tutti prendano coscienza del problema. Non si possono più mettere davanti le proprie comodità. Si sta formando un’isola di spazzatura qui, accanto a noi, al largo dell’Isola d’Elba. Ormai tutti lo sanno, è inutile fare finta di nulla.

Oltre che con l’arte ti sei impegnato anche con un gesto concreto. Domenica 24 febbraio su tua iniziativa in tanti si sono ritrovati per “Ripuliamo in maschera”, una mattinata a raccogliere i rifiuti che vengono accumulati lungo le spiagge di Viareggio. Sei soddisfatto del risultato ottenuto?
Soddisfatto perché più di duecento persone hanno risposto al mio appello e all’appello di Greenpeace che ci ha supportati. Non soddisfatto perché abbiamo raccolto più di cinquecento chili di plastica nelle spiagge adiacenti a Piazza Mazzini, che vengono costantemente pulite, eppure la situazione è questa. Greenpeace ha selezionato e analizzato i vari tipi di plastica raccolti. Tra questi c’erano lattine risalenti agli anni ’80. È drammatico, ma è così: una triste e terribile verità. Per questo, per me, il carnevale non può che essere impegno sociale.

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