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Da quattro anni e mezzo assistiamo a una narrazione – più martellante nei primi tempi, più cauta nell’ultimo anno – intorno a una rivoluzione profonda avvenuta nel sistema della tutela, della gestione e della messa in valore del patrimonio culturale italiano. Il pubblico che non ha dimestichezza professionale con la storia dell’arte e l’archeologia, non fa ricerche d’archivio e non si occupa di restauro dei monumenti, avrà probabilmente inteso che parecchi grandi musei italiani sono diventati autonomi, hanno molti più visitatori e funzionano come mai s’era visto prima. Ma il resto funziona? I palati un poco più fini avranno inteso che quegli uffici territoriali noti come soprintendenze e tanto invisi a un giovane premier di Rignano sull’Arno non si occupano più ciascuno di una particolare tipologia di beni, ma di tutti quanti insieme (e per questo si chiamano «Archeologia Belle Arti e Paesaggio»). Ora la soprintendenza è unica ed è guidata da un dirigente che può essere architetto, storico dell’arte, archeologo, ma anche un amministrativo.
Se la soglia di attenzione è più alta, ci si può rendere conto che i musei statali non autonomi dipendono ora dai poli museali, che hanno dimensione regionale indipendentemente dalla dimensione effettiva del patrimonio: così quelli di Lazio e Toscana comprendono decine di siti e musei, laddove i luoghi di Lombardia e Liguria si contano sulle dita di una mano. Infine, molti tra gli stessi addetti ai lavori ancora non afferrano le funzioni di nuovi uffici di coordinamento, denominati segretariati regionali.
Quella narrazione parla quasi soltanto dei musei, lasciando il resto in ombra. In genere ci vogliono delle catastrofi, come il terremoto del 2016 in Italia centrale, perché sia la base sia i vertici della nazione si rendano conto che il patrimonio artistico italiano è letteralmente impastato col suolo patrio, e che la tutela di tale impasto richiede energie competenti e mirate. In questi frangenti si scopre molto spesso che l’armata della tutela non ha sul campo che poche truppe e ancor meno ufficiali – magari bravissimi ma demotivati e malpagati – mentre quasi tutti gli ufficiali che servirebbero sono finiti nei musei. Nell’autunno del 2016, ad occuparsi del patrimonio devastato dal sisma nelle Marche, c’era un solo funzionario storico dell’arte in tutta la Regione. E non è che da allora la situazione sia granché migliorata. Se la mancanza di personale è un dato quasi cronico, ad accentuarla è una distribuzione fortemente squilibrata, per non dire schizofrenica.
La struttura della tutela territoriale, un modello tutto italiano capace di imporsi al mondo come un paradigma, era certo in sofferenza già prima della riforma legata al nome di Dario Franceschini, ma dopo la riorganizzazione degli uffici ne è uscita con le ossa frantumate. Perché il personale di musei autonomi, poli e segretariati viene in misura larga proprio dalle soprintendenze di ieri, col risultato che in quelle di oggi i diversi profili appaiono letteralmente decimati. All’emorragia di personale si è tentato di porre rimedio con un reclutamento concorsuale apprezzabile – i 500 funzionari del concorsone Franceschini più le 3.500 unità garantite dal ministro in carica, Alberto Bonisoli, fino al 2021 – che peraltro non copre il fabbisogno ma rischia addirittura di creare nuovi squilibri. Ogni archeologo, storico dell’arte, restauratore non può funzionare se non è sostenuto da amministrativi e da figure non direttive che sviluppino il suo lavoro e lo mettano in condizione di lavorare al meglio. Il funzionario avrebbe anche bisogno di strumenti di lavoro che sono anche fondamentali depositi di conoscenza, a cominciare dagli archivi cartacei e fotografici. Ma il piano di accorpamenti e smembramenti non ha tenuto conto che tutti questi uffici avevano degli archivi che non potevano essere divisi e/o trasferiti, pena l’impossibilità stessa di lavorare. Con la forte burocratizzazione del lavoro di soprintendenza, cresciuta ulteriormente negli ultimi anni, accade invece che il funzionario tecnico tenda a diventare un amministrativo, perdendo gradualmente specificità professionale, appiattendosi in una zona grigia in cui ogni profilo può risultare indistinguibile l’uno dall’altro, e sostanzialmente intercambiabile. Per cui la funzione, poniamo, di uno storico dell’arte può essere svolta da un architetto, un archeologo, un comunicatore o magari un economo. Il passo successivo è quello di vedere un direttore amministrativo a capo di un museo, di un archivio, di una biblioteca. E poi di un ufficio dirigenziale. E magari con efficacia, se proprio una fisionomia amministrativa gli viene richiesta.
A capo di una soprintendenza mista, la sua neutralità potrebbe anzi armonizzare le anime diverse di architetti, archeologi, storici dell’arte. Ma costui saprebbe di che cosa si occupa? Può davvero tutelare il patrimonio culturale più importante del pianeta se non ne conosce le forme nel tempo? Uno svilimento delle competenze professionali che trascolora dall’esautoramento al dileggio è in corso ormai da tempo, con ricadute che possono risultare devastanti sulla stessa formazione. Proprio la storia dell’arte appare ulteriormente indebolita dalla dispersione dei pochi tecnici, minimamente avvicendati dal concorso dei 500: tanto da far pensare a una marginalità non intenzionale, e comunque figlia di ondate antistoriciste che ammorbano la vita politica e sociale del nostro tempo. Un fenomeno che sta cambiando il nostro modo di guardare, studiare e vivere il patrimonio e che nondimeno è stato molto sottovalutato, a cominciare dagli stessi praticanti della disciplina. In questa luce (cioè in questa tenebra), della storia non devono occuparsi gli storici, anche perché la storia ha perduto la sua centralità.
Proprio la commissione istituita dal ministro Bonisoli per avviare la prima fase di un processo di riforma del Mibac sembra già confermare questo orientamento: «La più tecnica possibile», l’ha definita lo stesso Bonisoli. «È una sorta di laboratorio di analisi. Inutile avere medici esperti di una patologia se prima non si capisce qual è questa patologia. È per questo che ho voluto dei “tecnici di laboratorio”. Sono loro che faranno la “risonanza magnetica”, l’analisi del sangue». Il ministro ha un’idea di tecnica che non coincide con quella dei tecnici, perché la commissione è composta da giuristi e dirigenti amministrativi. Che possono verificare norme e processi, certo: ma applicati a cose di cui nessuno di loro ha esperienza diretta, perché nessuno di loro ha mai riordinato un archivio, compiuto uno scavo o restaurato un dipinto.
Dunque non possono davvero conoscere la risonanza magnetica né il sangue. La commissione deve consegnare i suoi risultati ai primi di marzo. Poi si avvierà una seconda fase, che dovrebbe comprendere anche un più largo ascolto di tutte le parti in causa, compresi i tecnici veri. Ma la partenza sembra quasi porsi in continuità con la riforma Franceschini, che pure era stata partorita da menti non propriamente esperte del lavoro quotidiano di una soprintendenza. Vien quasi da pensare che la tutela territoriale, già in forte crisi di risorse, sia ulteriormente scomparsa dalle agende governative quattro anni fa, e continui a non essere pervenuta. Ma chi si occuperà delle opere d’arte che non stanno nei musei, ovvero di quelle che non stanno nei musei di fascia alta? A questo modello di Stato culturale – mai discusso davvero con chi la cultura la fa e la difende – interessa ancora difendere il patrimonio? Il 20 febbraio Alberto Bonisoli ha dichiarato la volontà di proporre alla Conferenza episcopale italiana un «tavolo di confronto permanente sui beni culturali ecclesiastici», partendo dal principio che «è necessario pensare alla tutela del patrimonio culturale italiano come unicum, indipendentemente da chi ne sia direttamente responsabile». Nell’attesa di verificare come sarà articolato questo dialogo, va rilevato che un confronto tra Stato e Chiesa è implicito nelle leggi vigenti, nelle prassi di tutela, nei protocolli metodologici condivisi. Ma lo Stato, in quanto competente per legge sulla tutela, dovrebbe dettare una linea politica e scientifica che è possibile solo attraverso uffici forti e strutturati.
Lasciare alle diocesi la gestione del patrimonio terremotato, come hanno fatto i governi Renzi, Gentiloni e Conte, significa sottoscrivere una professione di impotenza che vale come la resa di uno Stato che rinuncia a tutelare il patrimonio sul territorio. Le annunciate devoluzioni di competenze alle Regioni, con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna a far da apripista, rischiano di avviare una deriva che potrebbe coinvolgere proprio i beni culturali: in una prima fase il quadro sarà parcellizzato e disomogeneo, ma potrebbe davvero segnare il decentramento generale di forme di tutela che invece richiedono energie fortemente centralizzate. Siccome il patrimonio è la spina dorsale della nazione, e dunque nessun atto politico – riguardi esso il lavoro o l’immigrazione, le opere pubbliche o la sicurezza – può eluderne la coscienza critica e civile, non solo è doveroso capire dove quella riforma ci abbia portato, ma anche e ancor più lavorare a un percorso di crescita e di sviluppo della nostra cultura patrimoniale coinvolgendo tutte le parti in causa ma privilegiando proprio la competenza tecnica. Bisogna ritornare dunque a discutere delle soprintendenze e del loro lavoro fondamentale e negletto. Per capire come si sono ridotte, e se ancora servono al Paese. Ma bisogna farlo in una prospettiva larga e condivisa, in cui i tecnici ministeriali e quelli universitari escano dal silenzio e riprendano a parlare tra loro e con la politica. O, meglio: a fare la politica.

Fulvio Cervini, docente di Storia dell’arte all’università di Firenze il 5 marzo a Roma partecipa insieme ad altri colleghi ed esperti di beni culturali alla tavola rotonda “Soprintendenze uniche e musei 2014-2019, prime riflessioni”. Introduce Rita Paris presidente dell’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli. 

L’articolo è stato pubblicato nel numero di Left del 1 marzo 2019 


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