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Questi trenta anni che vanno dal 1989 ad oggi hanno cambiato, sconvolto l’Europa, come se ci fosse stata una lunga guerra. E in effetti una lunga guerra c’è stata: quella del neo-liberalismo contro il modello sociale europeo, il compromesso sociale più avanzato. Una guerra che continua e che vede scendere in campo nuovi spettri reazionari.
Lo scenario è quello delle prossime elezioni europee, che, probabilmente, vedrà un arretramento delle forze politiche che congiuntamente hanno dominato negli scorsi vent’anni il Parlamento europeo dettandone l’agenda. Popolari e Socialdemocratici, entrambi a guida tedesca, infatti non potranno contare, per la prima volta, su una maggioranza assoluta. Certo non sarà la fine delle politiche di austerità e l’appoggio del gruppo dei liberali (Alde) offrirà ancora loro la possibilità di perseverare, ma certo il tema del rapporto con le destre populiste è all’ordine del giorno.
Lo sfondo, come dicevamo, è quello che potremmo chiamare la “guerra dei Trent’anni”. Se le guerre spesso, e purtroppo, sono servite a cambiare i rapporti di forza e gli equilibri economici e geopolitici, possiamo pensare che una guerra guerreggiata è stata sì evitata, come rivendicano i cantori di questa “Europa reale”, ma perché effetti molto simili sono stati ottenuti attraverso un’altra forma di guerra e cioè quella di classe rovesciata, per citare Luciano Gallino.
I dati demografici che raccontano i mutamenti epocali intervenuti in Europa in questo trentennio sono impressionanti, ed assomigliano a quelli causati da un conflitto. La crescita demografica sostanzialmente si arresta in gran parte d’Europa restando confinata nelle aree nordiche più ricche. Ci sono intere aree dell’Est ma anche del Sud dove c’è uno spopolamento, frutto di fattori combinati quali la riduzione della natalità, della aspettativa di vita e l’aumento della emigrazione.
Ma, nei Paesi dell’Est e in particolare nell’area di Visegrad, si sta irrobustendo una risposta popolare a questi fenomeni. Nuovi movimenti sono scoppiati in Ungheria e stanno unendo lavoratori, studenti e intellettuali. Questo in una zona dove invece c’è un significativo connubio tra movimenti di destra, nazionalismi xenofobi, nostalgie reazionarie e “moderni” differenzialismi con i populismi al governo che arrivano fino al cuore del Partito popolare europeo, di cui ad esempio Orbán è un membro.
Mentre, nel Sud Europa, spicca in questo momento l’aggravarsi della situazione spagnola dove…

Transform Europe! la fondazione politica del Partito della Sinistra europea, promuove l’incontro che si svolgerà a Torino il 9 e 10 marzo dal titolo “La sinistra al tempo del populismo”.

L’articolo di Roberto Morea e Roberto Musacchio prosegue su Left in edicola da venerdì 1 marzo 2019


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